Sulla proposta di trasferire la fontana del Nettuno dalla villa Margherita a piazza Duomo a Giarre riceviamo e pubblichiamo una nota a firma dell’architetto Salvatore Calì.
“La notizia è destinata a suscitare scalpore, o quanto meno a restare negli annali della storia delle opere pubbliche di Giarre. Ci riferiamo alla proposta di trasferire, per la seconda volta, il complesso della fontana attualmente posta presso la Villa Margherita di via Finocchiaro Aprile.
Trattasi di complesso architettonico-scultoreo in origine posto nello spazio oggi sede del Monumento ai Caduti (piazza Alessi) e che la cittadinanza aveva ribattezzato – luogo e fontana – con l’espressione dialettale “U Chianu A Pupa”. Negli anni ’60, nonostante il complesso fosse stato già trasferito da tempo, nelle locuzioni verbali dei giarresi era ancora in uso dire “O Chianu A Pupa”.
Non è tuttavia nostra intenzione soffermarci in questa sede sul valore intrinseco ed estetico del complesso architettonico-scultoreo, la cui storia ci narra le trasformazioni e le menomazioni subite nel tempo (basti pensare che la sirena originale ritratta nella sua nudità – da cui il termine “pupa” – venne sostituita da un Nettuno, nella forma che oggi conosciamo); ciò che riteniamo discutibile, se non avulso dal contesto e dal tempo nel quale viviamo, è la proposta del suo ennesimo trasferimento, stavolta nella centrale piazza del Duomo.
Nella storia urbanistica dell’Europa, la piazza è il luogo cardine della città, in essa si svolge la storia politica e sociale; è da essa che si diramano gli assi ordinatori che danno luogo all’aggregato urbano, tramite le geometrie dell’isolato urbano. Il “vuoto” delle piazze è l’essenza stessa della città. Le manifestazioni pubbliche a tutti i livelli si sono svolte e si svolgono nelle “nude” e “vuote” piazze. La piazza diventa il proscenio, il palcoscenico della città, su di essa e da essa è possibile registrare tutta la storia e gli eventi che attraversano nel tempo la vita dei suoi residenti.
La bellezza della piazza di Giarre è data dalla sua nudità, è il vuoto di essa che consente ai volumi delle quinte architettoniche che la perimetrano di potersi esaltare e consentire la lettura dei codici architettonici presenti. Qualunque oggetto tridimensionale posto sulla sua superficie, già ampiamente caratterizzata nel suo disegno, sarebbe vissuto come un ostacolo, un corpo estraneo. La piazza non ha bisogno di nessun “centro” poiché distoglierebbe lo sguardo dal contesto, frazionando l’unità e l’unitarietà dello spazio architettonico e urbanistico in essa contenuto.
Ci si consenta pertanto di dissentire dalla proposta, che non appare congruente con il contesto. La contemporaneità dovrebbe essere assunta come unico metro per valutare la bontà dei progetti. Se
intervento si ritiene di operare, a nostro avviso, esso dovrebbe riguardare la previsione e la progettazione di un idoneo impianto di illuminazione, non per illuminare il vuoto della piazza, bensì le quinte architettoniche prospicienti. L’illuminazione della piazza dovrebbe difatti essere il resto della luce radente di rimando dai prospetti perimetrali che, data la ricchezza e varietà dei codici architettonici ivi presenti, darebbe quella plasticità cercata, quell’intervento immateriale di cui il complesso architettonico e urbanistico di piazza Duomo ha bisogno”.
Arch. Salvatore Calì






