Quaranta anni fa, vicino a dove adesso si trova la presidenza dell’Istituto tecnico “E. Fermi”, due giovani giarresi, Giorgio Agatino Giammona, 25 anni, e Antonio Galatola, detto Toni, furono trovati uccisi. La pistola venne trovata sepolta. I due ragazzi erano soprannominati gli “ziti”. Ne nacque un moto di sdegno che superò i confini di Giarre e addirittura investì tutta la nazione. Da quel moto di protesta nacque l’Arcigay.
Oggi, a distanza di 40 anni, due storici omosessuali, Massimo Milani e Biagio Gino Campanella, palermitani, fondatori di Arcigay a Palermo, hanno deciso di unirsi civilmente proprio a Giarre, nel ricordo di quel delitto. Massimo e Gino convivono ormai da tantissimi anni. La decisione di unirsi civilmente è maturata durante il lockdown quando, durante un periodo di malattia di Gino, i due sono stati separati. Grazie all’unione civile la malattia non li potrà più separare.
Gino indossava un elegante smoking bianco, con il cilindro. Massimo un abito lungo rosso sgargiante con la coda e i nomi di Giorgio e Toni cuciti sul doppio petto della giacca: «Il rosso è la nostra passione, il nostro amore – dice Massimo -. E’ una giornata soprattutto per Giorgio e Toni, perché loro non hanno potuto essere felici come noi. Noi siamo qui soprattutto per questo. Giarre ha un momento per ricordare, per cancellare una ferita con un gesto d’amore».
«Per ricordare Giorgio e Toni e riscattare il loro amore abbiamo deciso di sposarci qui», dice Gino con la voce rotta dall’emozione.
L’evento è stato seguito dalle testate giornalistiche e dalle tv nazionali. Se non ci fossero state le restrizioni dovute al covid a Giarre sarebbero arrivati anche tanti vip per questa occasione.
«E’ il giorno della memoria e dell’unione – dice Massimo Verdastro, testimone di Massimo -. Il fatto di potere realizzare se stessi nel senso della condivisione, dell’accettazione di ogni persona credo sia un fatto importantissimo».
Lorenzo Canale, testimone di Gino, accanto al proprio compagno, Marcello Pupella, spiega: «La storia di Gino e Massimo non è solo una storia privata ma è diventata inevitabilmente una storia pubblica, una storia di lotta di proposte, di battaglie, di quotidianità. Per tutti noi Massimo e Gino sono stati una strada da seguire e hanno dato a tante persone la possibilità di non sentirsi sole».








