La "Democrazia del Due" sotto attacco: così la nuova legge elettorale cancella le conquiste delle donne - L'opinione -
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La “Democrazia del Due” sotto attacco: così la nuova legge elettorale cancella le conquiste delle donne – L’opinione

La “Democrazia del Due” sotto attacco: così la nuova legge elettorale cancella le conquiste delle donne – L’opinione

La nuova legge elettorale rientra nel disegno politico di questa destra non liberale sia come accentramento della politica e delle decisioni, sia come cancellazione del principio della Democrazia Paritaria.

La Democrazia del Due, come è stata anche definita, si affermò negli anni novanta, dietro cui si risconta, con documenti alla mano, un impegno delle donne di sinistra e progressiste. La parola d’ordine era: il 50%  nella vita così anche nei luoghi di governo. Nella vita perché il numero delle donne già superava quello degli uomini.

E’ interessante conoscere brevemente il percorso politico e istituzionale attraverso cui si sono affermati il principio della Democrazia Paritaria e le relative azioni delle quote rosa, quest’ultima è una definizione che non ho mai amato. Nonché rilettere sulla galassia delle donne che sono state e che sono impegnate in politica.

Dagli anni ottanta le socialiste e le comuniste imposero collettivamente, attraverso documenti e dibattiti, ai loro partiti e a tutta la comunità politica, sociale ed intellettuale un maggiore numero di donne nei luoghi delle responsabilità politiche e istituzionali. Organizzarono convegni ed incontri in tutt’Italia. L’associazione Arcidonna, guidata da una palermitana, negli anni novanta produsse un quaderno di analisi e di studio dal titolo La Democrazia del due. Nel 2000 a Palermo fu costituita la sezione dell’associazione Emily  ‘s Liste , nata negli Sati Uniti nel 1985. Nel febbraio del 1992 a Catania si svolse, come nel resto della penisola, un incontro tra le cento rappresentanti elette nella provincia, organizzato dalle allora consigliere provinciali del PDS .

La risposta a questa intensa spinta progressista delle donne di sinistra  è stata  in prima battuta l’articolo 5, comma 2, della legge n. 81 del 25 marzo 1993, con cui la norma  prevedeva che nelle liste delle candidate e dei candidati nessuno dei due sessi potesse essere  rappresentato in misura superiore di due terzi. I tempi non erano ancora maturi, infatti la Corte Costituzionale, su apposito ricorso, dichiarò incostituzionale l’articolo specifico della legge (sentenza n. 442 del 1995). La norma fu dichiarata incostituzionale perché in contrasto con il principio paritario fra i sessi in materia di elettorato attivo sancito dall’art. 51 della Costituzione e per il principio di eguaglianza sostanziale dell’art. 3 comma 2, perché tali disposizioni, secondo la sentenza, non rimuovevano gli ostacoli che impedivano alle donne di raggiungere determinati risultati, bensì attribuivano loro direttamente quei risultati medesimi. 

La battaglia allora fu spostata sul fronte della modifica della Costituzione, avvenuta  nel 2001, quando all’articolo 51 della Costituzione  che  già prevedeva  l’accesso di tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso  agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A questo principio fu aggiunto il seguente capoverso: A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.

Fu questo fatidico principio a legittimare gli articoli delle nuove  leggi su quote e preferenze di genere. Non fu cosa da poco questa conquista per tutte le donne italiane, grazie alla mobilitazione politica di quelle progressiste.

E le donne delle altre aree?  Fino alla  fine degli anni ottanta le donne della Democrazia Cristiana, pur non partecipando a questa spinta collettiva, restavano donne di altissimo valore politico, il loro seggio parlamentare scaturiva dal  loro serio e duro lavoro politico, due esempi per tutte: Tina Anselmi e  Rosy Bindi.

Poi ci sono state e ci sono le donne della destra fascista, che agli inizi del Novecento definiva il ruolo delle donne,  madri e spose, a cui erano vietati  Licei e  Università.  Con l’affermarsi della democrazia anche le poche donne della destra almirantiana poterono fruire dell’emancipazione e dei diritti, grazie alle donne che avevano combattuto il fascismo sanguinario e patriarcale. Una destra che ancora oggi si basa sulla pratica del capo, una prassi consolidata non posta  in discussione  dalle stesse donne di quest’area. Donne che non mettono in discussione le regole della politica secondo  la propria differenza sessuale.

Nei primi anni novanta scomparvero gli storici partiti della  Democrazia Cristiana e del  Partito Socialista, il Pci resistette con un lungo  percorso di cambiamento  politico e di denominazione, ma le donne di questo partito invece resistettero  caparbiamente nel loro obiettivo dell’attuazione della  democrazia paritaria . La destra fascista tentò  un percorso liberale che non sfondò e fu una donna, oggi presidente del Consiglio,  a riportare  il partito alla destra fascista.

Una donna che seppure intelligente, emancipata, forte e determinata, ritiene che la sua autorevolezza proviene dall’essere chiamata con la declinazione maschile: il Presidente e non la Presidente. Se deve essere così non si capisce perché si è contenti di avere eletto un presidente del Consiglio donna. Questo, infatti, non è dibattito sul sesso degli angeli, ma come la lingua ed il linguaggio possono dare  statuto d’esistenza e autorità  alle donne senza mimetizzarsi  in quelli  maschili.

Sempre  negli anni novanta nasce un nuovo  partito, Forza Italia, di proprietà di Silvio Berlusconi, che fa delle sue case private, sostituendole  con quelle istituzionali, luoghi dove svolgere e assumere decisioni politiche. Berlusconi usava il suo  potere politico nei confronti delle donne, sue  amiche o altro, che dalla  villa di Arcore sono state direttamente elette in Parlamento, perpetuando il rito delle  prescelte.

Sempre negli anni novanta, come già scritto, ci sono state donne che, invece,  hanno continuato a praticare un’autonoma e collettiva politica  femminile. Donne che  non sono mai state elette in un qualsiasi Consiglio comunale e tantomeno al Parlamento o al Senato. Il loro obiettivo è stato quello di affermare  un  principio democratico del nostro Paese: più donne nei luoghi di responsabilità. La loro battaglia è stata fruita anche da quelle donne della corte del capo.

Per questa storia sinteticamente ricordata, quindi,  non sono sbalordita dal quasi mutismo delle attuali donne del centrodestra dinanzi alla nuova legge elettorale. Donne che non si sono azzardate  a fare fronte unico, a scrivere documenti comuni, insomma a condurre una battaglia che vada oltre la loro personale elezione o rielezione. E’ per la sua storia personale, è noto  che conosceva Berlusconi, che Mara Carfagna ha affermato: nessun sistema può garantire le donne, dobbiamo imporci con i segretari.

La lotta secondo la Carfagna si dovrà svolgerà in modo primitivo tra chi comanda e le donne, nonostante la modifica dell’art. 51 della Costituzione. Una sorta di  prateria senza  nessuna legge a cui appellarsi. E’ come pensare che i congedi di maternità si dovrebbero pattuire grazie al rapporto tra datore/datrice di lavoro e la dipendente e non in virtù di una legge, seppure imperfetta, che valorizza  la maternità anche come contributo alla società.  

Le donne del centrodestra in queste settimane hanno perso un’occasione storica  per smarcarsi dalla logica del padre, da cui non si allontana nemmeno la presidente del Consiglio. Donne che  non hanno avuto la forza politica e nemmeno  la cultura dei processi generali. Sarà un caso che non ho letto nessuna manifesta indignazione  nei confronti dei barbari e preoccupanti post  sulle donne di Vannacci, tranne la reazione della deputata personalmente offesa.

Non ho inteso, con  questa personale riflessione,  dividere le donne in brave e meno brave, ma rilevare  la complessità e la diversità di prospettive dell’impegno delle  donne: alcune pensano che il conflitto  tra  uomini e donne, si possa affrontare attraverso una politica autonoma delle donne,  autonoma dagli uomini per intenderci, al di là delle ambizioni personali, altre preferiscono trattare singolarmente con i padroni, pardon con i segretari dei partiti, pur di stare nelle stanze di poteri.  

Nunziatina Spatafora

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