Riflessioni ulteriori sul toponimo “giarre” -
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Riflessioni ulteriori sul toponimo “giarre”

Riflessioni ulteriori sul toponimo “giarre”

Si presentano le quattro possibili soluzioni del significato del toponimo “Giarre”, tutte in grado di possedere, “scientificamente”, un termine, e quindi una lingua, di origine in grado di giustificarle, e un riferimento “naturalistico-ambientale” calzante: 1) quella di antica data, che significhi “giare”, cioè il prodotto fittile, l’ampio e panciuto recipiente, ricavato dall’argilla (tesi adombrata, in riferimenti, almeno dagli inizi dell’Ottocento e sostenuta da Isidoro M. Sidro Barbagallo, “Da Giarre a Taormina, la Storia attraverso i toponimi”, Catania, Squeglia, 1995, pagg. 70-77), tesi che l’apprezzato studioso ha ribadito lo scorso 20 novembre in una conferenza per conto della sezione giarrese dell’Unuci: giare che avrebbero contenuto, nell’antico fondaco “delle Giarre”, derrate del territorio della “Contea”; 2) che significhi “argille”, cioè il materiale e non, per metonimia, il suo prodotto (tesi sostenuta da Antonino Alibrandi, cioè da me, lo scorso settembre, nel saggio di seguito citato); 3) che significhi “ciottoli, “piccole pietre lisce” (seconda possibile soluzione, data sempre da Antonino Alibrandi, quindi ancora da me, e per la prima volta esposta in questo articolo); 4) che significhi “querce”, da un presunto termine tardo-latino, “jarra”, a testimonianza del prevalente, a tratti, fitto querceto del territorio giarrese (tesi sostenuta da Salvatore Raccuglia, “Storia di Aci dalle origini al 1528 D.C.”, Acireale, Tip. Orario delle Ferrovie, 1906, pag. 174, n. 1). Si ragiona, in questo articolo, della seconda e della terza soluzione, cioè quelle da me date.

Nel settembre 2021, è stato pubblicato un libro di AA.VV., “Città di Mascali – Quaderno di studi n. 2”, all’interno del quale ha trovato collocazione il mio saggio “Mascali (XVI secolo – Prima metà del XVIII): contro il ‘Cristiano ordine’ (i Turchi – i banditi – gli eretici)” (pagg. 7-55, con 103 note bibliografiche). Questo mio saggio contiene 5 paragrafi: 1) La “Terra Maschalarum”: la “vexata quaestio della “Baronia” e della “Contea”; 2) I Turchi contro il litorale di Mascali (1524-1670); 3) 1554: il nuovo luogo di posta “delle Giarre”; 4) Il banditismo – Dai banditi Giorgio Lanza e Giambattista Lo Xiglio (1591-1592) al bandito Francesco Ferro (1657-1659); 5) L’Inquisizione – L’eretico Antonino Casale (1724). Il libro è stato presentato in Mascali (nel Duomo di San Leonardo Abate) lo scorso 31 ottobre. Una conferenza è stata tenuta da me, in Giarre, nel Salone degli Specchi del Municipio, lo scorso 16 dicembre, sul tema “1554: il nuovo luogo di posta ‘delle Giarre’ – Giarre: nuova tesi sul toponimo”.

In questi mesi, un infervorato dibattito si è acceso proprio sulla nuova tesi da me proposta come possibile in merito al significato del toponimo “Giarre”. Nel mio saggio e nei miei interventi pubblici ho sostenuto che il toponimo possa validamente avere origine dall’arabo “faggiar” (termine a cui fanno riferimento anche i sostenitori della spiegazione più classica e secolare di detto toponimo, e cioè quella per cui il significato sarebbe collegato al prodotto fittile delle “giare”), ma sulla scorta del grande arabista Girolamo Caracausi (“Arabismi medievali di Sicilia”, Palermo, Ed. Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1983, pagg. 209, 254-256) ho affermato che detto termine arabo può sì significare “la giara”, ma anche il materiale di cui questa è fatta, cioè “l’argilla”, per cui il toponimo potrebbe significare più correttamente “Le argille”, “Le crete”.

Trovato il termine di riferimento e la lingua di appartenenza, affinché la mia tesi possa essere considerata almeno proponibile, è necessario che il territorio di Giarre possa avere caratteristiche argillose tali da creare suggestione nell’immaginario popolare; a tal proposito, ho citato, nel mio saggio, quanto riportato, agli inizi della seconda metà del Settecento, dal naturalista Giuseppe Recupero (nella foto sopra) (“Storia naturale e generale dell’Etna”, Catania, Stamperia della Regia Università degli Studi, 1815, post, I): “…l’argilla è talmente polverizzata e così ben mescolata coll’arena e terra dell’Etna, che in tempi asciutti fanno le cavalcature sollevare in aria un nembo di sottilissima polvere” (pag. 161); indi, ho citato altre affermazioni del Recupero: “Nella parte della ‘Timpa del salice’… sono composti d’argilla tinta ove gialla, ed ove rossa… Salendosi dal fondo della Maccia per la via che conduce al quartiere di S. Giovanni, s’incontra a man sinistra un banco d’argilla bianca, alto quattro canne… Sotto di questo ritrovasi un letto d’arena di Mongibello alto quasi un palmo, il quale è tramezzato di alcuni piccoli strati di argilla bianca, come se fosse stato formato di successivi depositi. Il resto del banco è di argilla bianca” (pagg. 160-163).

Avrei potuto riportare quest’altro passo del Recupero, relativamente, però, al non lontano lago marino dell’Auzanetto: “Scendiamo dunque all’esame di quelle terre per indi rintracciare la vera origine loro. Sono esse poco compatte, porose, e si tritolano facilmente colle dita, dolci al tatto, leggere, e di colore nericcio, che contengono un fiore finissimo di argilla, e filamentose; messe a fuoco si roventano, e squagliano, senza dare verun cattivo odore, come non hanno tampoco sapore alcuno, e cementate cogli acidi fanno effervescenza. Quindi dobbiamo fuor d’ogni esitazione conchiudere, che siano queste terre un composto di terra nera, di argilla margacea sottilissima e polverosa, mista con poca sabbia dell’Etna, e di erbe e piante macerate. La parte argillacea ed arenosa è il sedimento fatto dalle acque, che dilavano continuamente i sovrapposti terreni. Tutto il resto è un prodotto delle piante putrefatte” (pag. 151).

Nella mia conferenza giarrese, a sostegno dell’immagine argillosa che i naturalisti del passato avevano del territorio di Giarre, ho riferito anche quanto scritto sia dall’abate Francesco Ferrara e sia dal professore di Fisica giarrese Giuseppe Antonio Mercurio. L’abate Francesco Ferrara ebbe a scrivere (“Descrizione dell’Etna”, Palermo, Lorenzo Dato, 1818): “La sponda destra del fiume Onobala, e il paese delle Giarre nelle basse falde orientali dell’Etna chiudono una pianura detta ‘piana delle Giarre’, che ha quasi 6 miglia di lunghezza da settentrione a mezzogiorno, bagnata dal mare, e 2 di larghezza dal mare alle alture creto-argillose sopra le quali si eleva la Montagna. È interamente formata di ceneri, ed arene vulcaniche, creta argillosa, e masse rotolate di lava. Trasportate dalle acque nel mare sono state tutte queste materie ammontate dalle onde al piede di quelle alture (pag. 221).

Giuseppe Antonio Mercurio (“Sulla salsa di Fondachello”, Catania, Pietro Giuntini, 1847), in merito al conetto vulcanico di contrada Gurna (ancora esistente!) ebbe a scrivere “… l’argilla fangosa non era più sospinta in alto, ma semplicemente vomitata agli orli dell’imbuto del cratere… L’argilla rispargendosi per la sua fluidità egualmente da tutti i lati dell’imbuto del cratere, e divenendo di giorno in giorno più densa per la evaporazione dell’acqua, venne gradatamente formando un collicello argilloso, che ha le sembianze di un cono tronco… I villici di questa contrada (Fondachello; n.d.a) allorchè l’argilla acquistò tal densità, da permettere d’ascendere su i fianchi del collicello, vi si recavano per raccogliervi il cloruro sodico che vi cristallizzava alla superficie, e che trovavan buono a condire i loro cibi. Quest’argilla impiegasi a far mattoni, tegole, ed ogni maniera di vasellame grossolana” (pagg. 8-9). Tutte queste citazioni, poiché il dottissimo e apprezzatissimo professore Stefano Branca ha sollevato obiezioni sulla mia tesi in merito al toponimo “Giarre”, affermando che l’intera scienza geologica di più avanzata cognizione rispetto al passato, almeno dalla metà dell’Ottocento ad oggi, nega l’argillosità del territorio di Giarre e dei territori circonvicini, tanto che nella sua “Carta geologica dell’Etna”, pubblicata nel 2011 sull’“Italian Journal of Geoscience”, non ha riportato alcuna argilla per i nostri territori; egli ha affermato che “il territorio di Giarre è costituito da depositi vulcanoclastici cioè fatti di clasti di origine vulcanica di varia granulometria dalle sabbie ai conglomerati”.

Il problema, in relazione al significato del toponimo, però, non sta nell’accertare se di vera argilla trattasi per il nostro territorio (cioè non è utile accertare quale sia la verità scientifica sull’esistenza di vera argilla o meno), ma se nel passato alcuni fenomeni naturali fossero intesi e definiti come argillosi (al di là della classificazioni scientifica di essi, oggi!) e costituissero una caratteristica così stupefacente (un nembo di sottilissima polvere argillosa che si alza al passaggio di cavalcature; ed altri aspetti citati sopra), nel suo presentarsi come fenomeno, a tal punto da costituire un elemento di riferimento per la definizione di un dato territorio, nella fattispecie quello dell’odierna Giarre. In verità, il problema, posto così come lo sto chiarendo, è stato accettato dal prof. Branca in una comunicazione telefonica intercorsa fra di noi sulla questione, ribadendo lo stimato docente la non classificabilità oggi, e da un bel po’ di tempo, del nostro territorio come argilloso.

La sera del 16 dicembre, però, interessante è stato, ad ultimata mia conferenza, un intervento, quello dell’arch. Santa Sorbello, la quale, infatti, ha, pubblicamente, letto alcuni passi di un suo corposo articolo, “La fortezza del Mediterraneo (II)” (in “Agorà”, n. 52, 2014, pagg. 16-23), nel quale sono riportati passi della relazione, del 1583, dell’ingegnere militare Giovan Battista Fiesco, che fu associato a Camillo Camilliani, in quel torno, per il periplo della Sicilia, al fine di rilevare lo stato della difesa dell’isola e di proporre fortificazioni (la relazione di Fiesco trovasi in: Biblioteca Storia Patria di Palermo, Fondo Fitalia, Mss I C21; detta relazione è stata riportata anche in: Livia Gazzè, “Descrivere e governare il territorio nel Cinquecento – La ‘ricognizione’ della Sicilia di Giovan Battista Fiesco e Camillo Camilliani”, Catania, Maimone, 2007, pagg. 97-100). Fiesco (alla cui relazione io non avevo, in verità, mai posto attenzione), nel descrivere il nostro territorio, ebbe a scrivere”…Territorio et Iurisdizione della terra di mascari che dura marina marina dalla finaita della terra de Iaci nominata lo pozzillo seu punta secca perfino alla finaita di Calatabiano nominata la bruca miglia 6 di spiagia di giare la maggior parte scoperta et in dette miglia 6 il tengono le infrascritte guardie…Segue a miglio uno di spiagia di giare et timpe alte…et ritornato chi è alla sua posta camina verso levante a scoprir perfino alla ponta e ripa nominata dell’artalla, chi gli è un altro miglio di spiaggia di giare e timpe…Segue apresso le ripe dell’artala che durano perfino al valone della fico miglia 3 ditempe et spiagia di giare…”; segue la relazione citando ancora più volte l’espressione “spiaggia di giare”, la quale, si badi bene, non indica affatto il toponimo “Giarre” ma una specifica caratteristica di detti tratti di spiaggia. La valida ricercatrice Santa Sorbello, a pag. 16 del suo articolo, spiega “spiagia di giare” con “scogliera di lava” e nell’intervento di quella sera ha ritenuto che questo è il significato del toponimo “Giarre”; io ebbi a chiederle da quale lingua e da quale termine ella arguisse quel significato; la sua risposta è stata un invito a me rivolto affinché io, secondo lei “dotto” anche “in questioni linguistiche”, mi affaticassi a ricercare detta lingua e detto termine.

Ebbene, mi sono messo subito al lavoro e ho trovato l’unico termine possibile che possa calzare in proposito e questo termine, “giara” non ci indirizza affatto verso il significato di “scogliera di lava” (che d’altronde non è la caratteristica dei tratti di spiaggia indicati da Fiesco), ma al significato di “ciottoli”, “minute pietre lisce”, “distesa di ciottoli” o “distesa di minute pietre lisce”; infatti, può derivare solo dal latino “glarea”, cioè “ghiaia”, che in quei secoli era detta “ghiara”, quindi “giara”, tanto da far derivare il termine spagnolo (al 1583, eravamo da tre secoli già sotto la dominazione ispanica, prima aragonese e poi dell’unita Spagna) “guijarro”, il quale viene da “guija”, cioè “pietra liscia”, “pietra rotonda di piccole dimensioni”, “pietra liscia e rotonda” e deriva da “arro” che sta ad indicare il diminuito aspetto di un oggetto; tanto è vero che “guijarro” può essere anche un canto pulito e rotondo emesso, “lanciato”, verso l’alto. Per far sì che “ghiara”, “giara”, “guijarro”, il ciottolo (quindi, la nostra, nel nostro locale dialetto, “cutuliscia”), riportata da Fiesco, probabilmente così già nello slang in uso in quel secolo e da tempi, quale “giare” (si noti che “glarea”, quindi “giara” è femminile e giustificherebbe l’esatta trascrizione del toponimo e cioè “delle Giarre”, unico toponimo del territorio preceduto da una preposizione articolata, che a volta è stata anche riportata come “alle Giarre”; ma, si noti, anche, che “guijarro” è maschile e giustificherebbe il dato per cui, a volte, pur minoritariamente, il toponimo è riportato come “delli Giarri”), possa calzare quale origine del toponimo “Giarre” bisogna che il territorio dove sorgeva già nel 1554 il “nuovo luogo di posta delle giarre” (come da documento da me portato in essere nel mio ultimo saggio già citato; documento la cui fonte di archivio ho ben riportato nel mio saggio, quindi ben verificabile e controllabile, e che qui indico di nuovo, a fronte di qualche difficoltà di accettazione, da parte di qualche studioso, dell’esistenza di questo documento: Archivio Municipale Acireale, Reg. I, fol. 78) fosse ricolmo di evidenti ciottoli, in questo caso non più marini, vista la distanza di Giarre dalla spiaggia, ma fluviali, tanto che i termini riportati sopra fanno riferimento sia ai ciottoli marini che a quelli fluviali; che il territorio dell’odierna Giarre potesse esserne pieno è testimoniato dalla nota complessa e fitta rete di torrenti (di cui il Macchia e lo Jungo sono solo quelli a noi rimasti, poiché gli altri sono stati coperti dall’urbanizzazione di questo ultimo quarto di millennio) che lo attraversavano; molti hanno sempre testimoniato la presemza di grandi quantità di “cutulisci” lungo il Macchia soprattutto all’altezza in cui il torrente scorre presso l’attuale Piazza Maria Immacolata.

Antonino Alibrandi

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