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“Le difese costiere di Catania. Un patrimonio culturale da valorizzare”, conferenza di Fulvia Caffo

“Le difese costiere di Catania. Un patrimonio culturale da valorizzare”, conferenza di Fulvia Caffo

Al Circolo Nuovo di Catania l’architetto Fulvia Caffo, oggi ispettrice onoraria dei Beni Culturali e Ambientali di Catania, ma fino a maggio del 2016 soprintendente per lo stesso settore della Provincia di Catania, ha tenuto nel pomeriggio di domenica 10 febbraio scorso una conferenza, molto seguita dal pubblico presente, su “Le difese costiere di Catania. Un patrimonio culturale da valorizzare”.

A presentarla l’architetto Laura Puglisi che, nel tracciare il profilo della relatrice, ne ha sottolineato la molteplice attività che ancora espleta nei confronti della collettività, con la collaborazione pure con l’Istituto Italiano dei Castelli ed in particolare con gli studenti delle varie scuole con progetti di conoscenza del territorio.

“E’ con i normanni – ha esordito l’architetto Fulvia Caffo – che si delinea un sistema di difesa dell’isola, progettato e realizzato con sistemi di avvistamento comprendente anche le abbazie, mentre il castello rappresenta l’organizzazione statale in un ampio sistema di difesa ove risulta importante l’orografia del terreno. E’ stato proprio Ruggero a spostare la Cattedrale di Catania da Sant’Agata la Vetera all’attuale Duomo, che fu il primo sistema di fortificazione della città. Con Federico III d’Aragona le mura della città vennero rinnovate e lo stesso pose la sua residenza al Castello Ursino, diventando così la ‘Reggia’ verso il 1296-1337, mentre torrette di difesa venivano poste a distanza di 20 passi. Il Castello Ursino diventa simbolo del potere federiciano nei confronti della Chiesa che sta di fronte”.

Si devono infatti proprio alla direzione della Caffo i lavori di sbancamento della lava che, oltre a circondare la città di Catania, riempirono anche i fossati del Castello arrivando fino al mar Jonio, scavi che hanno portato alla luce i contrafforti delle mura e le garitte di guardia che si trovavano sempre sulle mura.

“Ma è con Federico II di Svevia, della famiglia Hohenstaufen – ha continuato la Caffo – il quale con l’editto ‘Castra munitiones et turres’, passa all’abbattimento dei castelli privati riservandosi il diritto di restaurare gli antichi castelli statali e di innalzarne dei nuovi, affidandone la costruzione a Riccardo da Lentini a partire dal 1220; sorgono così il Castello di Maniace a Siracusa tra il 1232 e il 1240, Augusta tra il 1232 e il 1242, Catania nel 1239, come anche il Castel del Monte ad Andria in Puglia nell’anno successivo, con strutture a quadrato perfetto e torri angolari ai vertici. Sulle mura del Castello si trovano, con una corte multietnica composta oltre che da funzionari arabi, anche da musici ed artisti, simboli musulmani ed ebraici. Non per niente fu definito ‘stupor mundi’ e compose anche un trattato sulla falconeria”.

Con Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, il sistema di difesa prevede alte mura per il sistema di combattimento a caduta nei confronti degli assalitori e a Catania – come indica l’architetto Fulvia Caffo – i lavori vengono affidati all’ingegnere Antonio Ferramolino o Ferrandino da Brescia nel novembre del 1542 al quale collaborò il mastro Giovanni Scalmato da Caltagirone, e a causa dell’introduzione della polvere da sparo, si passò al sistema di ingrossamento dello spessore delle mura a scapito dell’altezza.
Nel 1669 avviene l’eruzione di lava dalle bocche apertasi sui Monti Rossi di Nicolosi, dall’ 8 marzo fino all’ 11 luglio, che giunse a Catania proprio il 20 marzo; la lava si infranse sui baluardi delle mura di San Giorgio e di Santa Croce, su quello degli Infetti, ricoprendo pure il lago di Nicito ed il fiume Amenano.

“Ma un altro avvenimento – ha ripreso la relatrice – sconvolse Catania 24 anni dopo – si trattò del terremoto del gennaio 1693, decimando gli abitanti e su 800 suore ne rimasero in vita soltanto una cinquantina dei 12 conventi esistenti all’epoca”. Ben tre scosse colpirono l’intera Val di Noto, la notte del 9, la seconda la domenica dell’11 alle ore 14 che fece crollare la torre campanaria del Duomo alta circa 100 metri sulla chiesa travolgendo i fedeli ivi convenuti e la terza verso le 15. La ricostruzione e la rinascita della città venne affidata dal viceré spagnolo Giovanni Francesco Paceco, duca di Uzeda, a Giuseppe Lanza, duca di Camastra, con ben precise norme di costruzione e regolamentazione destinando la via Crociferi al clero e la via Uzeda, oggi Etnea, ai nobili. La ricostruzione portò alla demolizione della cinta muraria, come la Porta di San Giuliano, dove ora si trova il Convitto Cutelli, mentre le tracce rimaste si possono ancora vedere ne “il Bastione degli Infetti, il Bastione del Tindaro, il Bastione di San Giovanni, il Balurdo di Sant’Agata, il Palazzo Biscari, il Bastione del Santo Carcere, nell’Abside del Duomo, al Fortino Vecchio, e nelle garitte di piazza Europa e ad Ognina, i resti dei bastioni in via Coppola, la Torre del Vescovo”.

“Le torri costiere della riviera jonica – ha poi precisato l’architetto Fulvia Caffo – costruite nel tempo per fungere da avvistamento a difesa delle popolazioni, dei beni e delle produzioni agricole, come la cannamela e la canna da zucchero, allora ampiamente coltivate, sono beni da tutelare e che si trovano pure a S. Tecla ed alla Cala del Postiglio (Pozzillo)”.

“Si calcola – ha concluso la Caffo – che per ogni euro speso in un bene monumentale ne tornino indietro sei, in applicazione dell’articolo 9 della Costituzione italiana”.

Domenico Pirracchio

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