Amy Lyon: il miracolo della “Santa Fede” -
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Amy Lyon: il miracolo della “Santa Fede”

Amy Lyon: il miracolo della “Santa Fede”

 La Repubblica Partenopea, abbandonata dall’armata francese, concluse la sua breve esistenza il 13 giugno 1799

 All’inizio di febbraio 1799, in gran segreto, aveva lasciato Palermo il cardinale Fabrizio Ruffo (nel dipinto). Fabrizio Dionigi Ruffo dei duchi di Baranello e Bagnara, San Lucido (16 settembre 1744 – Napoli, 13 dicembre 1827, è stato cardinale e politico, famoso per aver creato e comandato l’esercito della Santa Fede, principale armata antigiacobina che segnò la fine della Repubblica partenopea del 1799. Nato nel castello di San Lucido in Calabria Citeriore, oggi in provincia di Cosenza, era discendente dalla famiglia principesca dei Ruffo di Calabria, mentre la madre era una Colonna. Trasferitosi da giovane a Roma, intraprese la carriera ecclesiastica. Grazie agli appoggi dello zio, il cardinale Tommaso Ruffo (allora Decano del Sacro Collegio) e di papa Pio VI (di cui era stato allievo) divenne dapprima chierico di camera (1781) e, in seguito, tesoriere generale della Camera Apostolica (1786). Dimostrò notevoli capacità amministrative; fu suo il provvedimento delle “dogane ai confini di Stato” (1786). Per l’equità dei suoi provvedimenti fiscali si inimicò l’aristocrazia romana, che fece pressioni sul pontefice. Nel 1791 Pio VI, cedendo alle pressioni, destituì l’allora monsignor Fabrizio Ruffo dal prestigioso incarico, prospettandogli il cardinalato come ringraziamento ed apprezzamento per il lavoro svolto.

Amareggiato dall’ostilità crescente nei propri confronti, decise di lasciare Roma e tornare nel Regno di Napoli, ponendosi al servizio di re Ferdinando IV di Borbone, che gli dimostrò subito profonda stima, tanto da nominarlo “Soprintendente dei Reali Domini di Caserta” e della colonia manifatturiera di San Leucio. Nel gennaio 1799, quando il Regno di Napoli cadde in mano dei francesi, Ruffo si mosse in difesa della religione e del sovrano legittimo. Di sua iniziativa si diresse a Palermo per domandare al Re uomini e navi per riconquistare il Regno), il quale, insistendo, era riuscito a farsi approvare un piano per la riconquista di Napoli che aveva destato in un primo momento non poche perplessità. Il porporato si riprometteva di sbarcare in Calabria, la sua terra, costituire un’armata cristiana della “Santa Fede” e sbaragliare i nemici di Dio e della Chiesa. L’impresa sembrava una follia, ma Fabrizio Ruffo, più battagliero del generale Mack, aveva i numeri per compiere il miracolo. Infatti, in pochi mesi il suo esercito di lazzari e anche di briganti travolse le roccaforti giacobine e invase la capitale, dopo un ultimo bagno di sangue al ponte della Maddalena.

La Repubblica Partenopea, abbandonata dall’armata francese, che aveva lasciato in città solo una guarnigione dovendo potenziare le difese nell’Italia del Nord, concluse la sua breve esistenza, durata meno di cinque mesi, il 13 giugno 1799, dies natalis di Sant’Antonio di Padova (Sant’Antonio per qualche tempo sarebbe stato più popolare di San Gennaro, il patrono accusato di simpatie giacobine da quando, nella prima settimana di maggio, aveva rinnovato il miracolo della liquefazione del sangue alla presenza di Macdonald, successore di Championnet).

In effetti, l’ultima battaglia dell’esercito sanfedista, iniziata l’11 giugno, durò nove giorni. Solo il 19 venne firmata la capitolazione, che constava di dieci articoli. L’art. 9, prevedeva «che gli ostaggi e i prigionieri rinchiusi nei forti sarebbero stati posti in libertà subito dopo la firma dei patti». Con tale gesto il cardinale Ruffo voleva preparare il terreno per una prudente politica verso la Francia, giacché egli non era affatto persuaso che i temporanei rovesci in Alta Italia contro gli austro-russi fossero destinati a segnare la fine della fortuna di Napoleone Bonaparte. Quasi certamente, Ruffo sapeva che non erano queste le opinioni di Nelson e, peggio ancora, della regina Maria Carolina e di Acton, ma rischiò. In quel momento egli aveva ai suoi ordini un esercito di quarantamila uomini, senza contare le masse popolari.

Quando la notizia del trionfo sanfedista arrivò a Palermo, Maria Carolina non riuscì a trattenere le lacrime. Dopo tanti dolori, poteva finalmente piangere di gioia. Ma all’euforia subentrò ben presto l’agitazione. Temeva, infatti, qualche colpo di testa del cardinale, verso il quale era stata sempre sospettosa. Per lei era indispensabile la presenza a Napoli delle navi di Nelson, che invece era appostato da un mese al largo di Trapani, nelle Egadi, per dare la caccia ad una squadra franco-ispana che non si riusciva a localizzare.

A darle aiuto intervenne, ancora una volta, la cara Emily, che affidò subito ad un ufficiale addetto ai collegamenti una lettera per l’ammiraglio, il quale aveva trasferito da poco le sue insegne dal Vanguard al Foudroyant: «Ho passato la sera con la regina, che è completamente abbattuta. A suo avviso, nonostante in generale la popolazione di Napoli le sia favorevole, la calma e l’ordine torneranno solo il giorno in cui la flotta di Nelson apparirà davanti alla città. Essa dunque vi prega, vi supplica e vi scongiura, mio caro Lord, di sistemare, se possibile, le cose in modo che ci si possa recare a Napoli. Sir William è malato, e io anche: il viaggio ci farà bene. Che Dio vi benedica! Per sempre e ancora per sempre. La vostra sincera Emily».

Tornato a Palermo, Nelson imbarcò truppe di terra, cavalli e pezzi di artiglieria e salpò per Napoli. Ma non aveva fatto i conti con l’ammiraglio Keith, il quale aveva preso il posto di Saint Vincent. Dopo poche miglia fu raggiunto da un dispaccio che lo costringeva a fare marcia indietro: c’era il pericolo di un imminente attacco della “franco-ispana” alla Sicilia.

Rientrato a Palermo e sbarcate le truppe di cui non aveva più bisogno, l’ammiraglio raggiunse nuovamente le Egadi, non trovò né le navi spagnole né quelle francesi e, perduta la pazienza, rientrò nella capitale isolana deciso a proseguire senza esitazioni, dopo una breve sosta, verso Napoli.

Stavolta (20 giugno 1799), partivano con lui lady Hamilton e il marito. L’ambasciatrice era particolarmente eccitata. Tornava come rappresentante della regina, che rimaneva nell’isola col re. E tornava decisa a rispettare le istruzioni ricevute: nessuna pietà per i traditori.

(14. – “Amy Lyon: una lady alla Corte di Napoli” 2013-2014)

Roberta Mangano

Salvatore Musumeci

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