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Femminicidio: l’altra campana

I vecchi latini solevano dire: sentiatur semper et altera pars (sia sempre ascoltata l’altra campana). Avevano un’altra massima di sicuro più efficace: la verità sta nel mezzo. Bisogna partire da lontano e porsi a debita distanza per giudicare questo fenomeno, chiamato, maldestramente, femminicidio. I fenomeni fisici, come quelli psicologici, rispondono ad una regola che vige in natura. È l’omeostasi, ossia il tentativo di riportare i fenomeni verso l’equilibrio e quindi al centro di ogni cosa. E già qui si scopre quando sia saggia la massima latina.

È sotto gli occhi di tutti che le relazioni tra genere maschile e femminile risultano ancora sbilanciate e la marcia verso l’omeostasi è ancora lunga. Non c’è bisogno di scomodare la storia umana per capire che i cicli in positivo od in negativo per ogni genere, sono passati da una estremizzazione all’altra. La via di una maggiore consapevolezza, di una buona conoscenza di sé e degli altri, è ancora lunga. Si è passati da una fase maschilista, in cui ha dominato il maschio, ad una fase femminista, che ha dato vita ad un rovesciamento delle parti. Sul maschio si sono rovesciate le grinfie femminili e femministe, è stato ridicolizzato, è entrato in conflitto con se stesso, si sente in ansia e pieno di paure. Ansie che, nel tentativo di essere contenute, anziché rispondere con dignità e con giusto orgoglio, ha preso a scimmiottare, nei modi, nel vestire, nel comportamento il femminile e con questo, di certo, non portandosi al centro delle relazioni. Servono tempi lunghi per riportare le cose al loro giusto posto. Serve ritornare a scandagliare i propri ruoli all’interno delle relazioni e dell’entropia cosmica per trovare assetti più pertinenti.

Fin qui ci siamo affidati alla nostra immaginazione sociologica. Proviamo ora a scandagliare con più rigore scientifico le piste che portano alla individuazione dei singoli assetti del genere maschile e del genere femminile. Ragioni di spazio ci costringono a saltare quello maschile e preferiamo concentrarci sul versante femminile, anche perché è il settore che lamenta ed accusa il versante maschile di questa lunga sequenza di vittime di cui i giornali sono pieni. Perché tante vittime? Banalizzando, occorre ricordarsi che il torto e la ragione non stanno mai da una sola parte e che, di solito, ad ogni reazione ne corrisponde una uguale e contraria. Solo questo dovrebbe farci riflettere meglio. Non c’è dubbio che sono entrambi i due generi a dover subire un’ampia “revisione”. Ma abbiamo detto di voler seguire una pista più scientifica ed allora procediamo. Andiamo al centro della vera natura femminile che, spesso, trae in inganno. E qui che vogliamo soffermarci perché enfatizzare il vittimismo, di sicuro, non ci fa trovare la strada giusta.

Ci facciamo aiutare da Edmund Bergler, valente studioso della Psicologia del Profondo. Nel suo bel testo “Psicoanalisi dell’omosessualità”, riguardo alla donna, tra le altre cose, afferma: “l’esperienza clinica, attraversando l’universo femminile, dà conferma di quanto valida sia anche l’esperienza letteraria. C’è un dramma intitolato “La duchessa di Padova”, di O. Wilde, che ci aiuta a capire molto. In esso, una donna masochisticamente sottomessa, sposata ma innamorata di un altro uomo, uccide il marito. Quando il suo amante perde interesse per lei, essa gli si rivolta contro e lo accusa di averle assassinato il marito. L’ambivalenza, tipica della donna aggiungo io, è ovvia. Osserviamo: primo, la donna è sottomessa; secondo, uccide il marito per eliminare l’ostacolo alla sua unione con l’amante; terzo, accusa crudelmente di assassinio il suo amante e vuole che egli muoia senza aprire bocca in sua difesa; alla fine fa in modo che fugga e si uccide. Il messaggio del dramma sembra essere questo: crudeltà, il tuo nome è donna.

In realtà, dice Bergler, la donna è crudele ed anche meschina. La donna sa essere generosa ma sa anche essere opposta. Il suo no è no! Sembra non rendersi conto della sua durezza che sfiora la crudeltà, fino ad entrarci dentro quasi con fredda spietatezza. La donna è molto più ambivalente del maschio e mi sembra una dotazione naturale, quanto meno per difendere il nido domestico. È ciò che sembra sospettare e percepire, con estrema sensibilità, anche l’omosessuale, che si mostra impaurito nei confronti delle donne. Lui, infatti, si serve spesso di donne più vecchie, o brutte e poco attraenti, per stabilire solo delle “amicizie-alibi”. Un modo come un altro per tenere in debita considerazione e distanza la crudeltà di cui è capace il genere femminile.

Sono poche, scarne riflessioni per parlare del femminicidio. Non lasciamoci, in ogni caso, trascinare dall’effetto gregge e nell’enfatizzare troppo. Sulla qualità delle relazioni uomo-donna c’è ancora molto lavoro da fare. Cara donna, attenzione: umiliare il maschio è pericoloso: può fare saltare il sangue agli occhi, con facilità.

Salvo Marino (sociologo)

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