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Ambasciatrice alla Corte di Napoli

Ambasciatrice alla Corte di Napoli

La presentazione ufficiale fu un successo. Nel suo nuovo ruolo, Emily non ebbe difficoltà nell’ammaliare i Sovrani e i dignitari

 

Quando lady Emily tornò a Napoli, dopo la sosta parigina, aveva già chiaramente impresso nella mente il nuovo ciclo della sua esistenza, un altro balzo in avanti alla conquista dei successi che le erano mancati nei primi anni dell’avventura napoletana, pur segnata da affermazioni che avrebbero appagato l’ambizione di qualsiasi donna. Ormai aveva a portata di mano l’ambita possibilità che, per motivi di protocollo, aveva soltanto sfiorato in precedenza: l’ingresso trionfale nella reggia borbonica e quindi relazioni sempre più strette col re e la regina. Non appena la coppia giunse a Napoli, Emily ricevette il messaggio tanto atteso: «Sua Maestà la Regina invita Sua Eccellenza l’Ambasciatrice a farle visita».

La presentazione ufficiale a corte fu un successo, favorito dalla lettera che l’ambasciatrice consegnò personalmente a Maria Carolina. Nel suo nuovo ruolo, Emily si comportava in modo irreprensibile. Agguantata la fortuna, cercava di non farsela sfuggire. Almeno per il momento non aveva grilli per la testa e badava soltanto a consolidare la sua invidiabile posizione: moglie di un personaggio autorevole e amica sempre più intima della regina. In particolare, era quest’ultimo il suo principale obiettivo, avendo già saldamente in pugno sir William, sempre più frastornato dalla sua avvenenza.

Con la regina Maria Carolina, sia a Napoli che a Caserta, dove la corte si trasferiva per lunghi periodi, i rapporti erano diventati in pochi mesi così frequenti da determinare lo scompiglio tra le aristocratiche che prima si erano diviso il privilegio delle confidenze reali. Principesse e duchesse avevano cercato di respingere con tutti i mezzi un’intrusione che le emarginava. Non sopportando l’idea di interpretare un ruolo di secondo piano, si erano più volte accanite contro la rivale, sfruttando tutte le armi di cui disponevano, aggiungendo ai trascorsi burrascosi, fin troppo noti, qualche malignità su un’esperienza matrimoniale che, a loro avviso, era destinata al fallimento.

La regina, senza fornire spiegazioni, aveva lasciato chiaramente intendere che non gradiva affrontare ulteriormente il tema che tanto appassionava le nobildonne napoletane, ora invitate sempre più raramente nel suo salotto. In effetti non era soltanto la simpatia che spingeva la sovrana verso lady Hamilton, la quale d’altra parte aveva saputo conquistarsi la sua fiducia comportandosi in pubblico in modo da non far trapelare la familiarità che le legava in privato. Maria Carolina, infatti, non aveva mai rinunziato ad elaborare una sua politica, talvolta anche su binari distanti da quelli percorsi dal re, e la moglie dell’ambasciatore inglese rappresentava una pedina importante per lei, ossessionata dall’ondata rivoluzionaria che insanguinava la Francia e in ansia per il dramma abbattutosi sulla famiglia della sorella.

Solo Londra avrebbe potuto bloccare uno sconvolgimento che minacciava di valicare le Alpi, travolgendo anche il regno di Napoli. E dunque erano indispensabili contatti più stretti con la sua sede diplomatica: prima o poi Emily sarebbe risultata preziosa sia come fonte di informazioni che per suggerire al marito qualche passo in sintonia con gli interessi borbonici. Ben ferma su questa posizione, condivisa dal primo ministro lord Acton, mentre il re si dimostrava più prudente, la regina visse momenti di terrore quando il 12 dicembre del 1792 si presentò nella baia di Napoli una squadra navale francese agli ordini dell’ammiraglio Louis-René-Madeleine Levassor de Latouche-Treville, per esigere il riconoscimento del governo rivoluzionario. E non meno funesto fu per lei l’inizio dell’anno successivo (1793), quando apprese dalla Gazette che Luigi XVI era stato ghigliottinato.

Al suo fianco, a consolarla, c’era ormai stabilmente lady Hamilton, invitata spesso a pranzo e, inoltre, ospite fissa la sera, quando era possibile conversare per due o tre ore senza l’assillo degli impegni ufficiali. E nelle occasioni in cui si decideva di dimenticare gli affanni, Emily era sempre pronta a movimentare la serata, sotto lo sguardo compiaciuto di sir William, con un’esibizione canora alla quale si associava spesso il sovrano. Intanto, l’1 febbraio 1793, la Francia dichiarò guerra all’Inghilterra e all’Olanda.

Spinto dagli avvenimenti, Ferdinando di Borbone, il 12 luglio, firmò un patto segreto con l’Inghilterra, impegnandosi a rinforzare la sua presenza navale nel Mediterraneo e a mobilitare seimila uomini in caso di necessità. Fu vietato il commercio con la Francia; le navi mercantili napoletane avrebbero navigato sotto scorta di navi britanniche; il re non avrebbe potuto concludere una pace separata senza il consenso britannico; e in quel caso, se le altre parti avessero continuato la guerra, si impegnava a restare neutrale. In compenso, l’Inghilterra si obbligava a mantenere una flotta nel Mediterraneo per tutta la durata dell’emergenza. All’atto della conclusione della pace, una speciale considerazione sarebbe stata rivolta agli interessi delle Due Sicilie. Evidentemente, con la stipula del trattato, la posizione di Emily si rafforzò, e come “favorita” della regina presentava a corte le signore inglesi, cosa che sin’allora non era mai stata prevista dal protocollo.

Ad agosto, Napoli cominciò a essere interessata dalla guerra che la Francia aveva dichiarato all’Inghilterra a febbraio. Una divisione della prevista flotta inglese del Mediterraneo attendeva al largo di Tolone al comando di lord Alexander Hood. Tolone era rimasta realista, come molte città della Francia meridionale, meno ostili agli Inglesi che al nuovo governo francese. I maggiorenti della città non indugiarono ad arrendersi a lord Hood, e gli chiesero di difenderla contro l’esercito della Convenzione che stava assediando i realisti di Marsiglia. Hood ritenne che fosse giunto il momento di esigere dal Regno di Napoli l’adempimento degli impegni previsti nel trattato di alleanza. Così, l’11 settembre 1793, in conseguenza del patto tenuto segreto – perché a Latouche-Treville era stata assicurata la neutralità delle Due Sicilie –, giunse a Napoli, a bordo dell’Agamemnon, il capitano di vascello Horatio Nelson, dopo che Londra aveva deciso di porre l’assedio al porto di Tolone.

Alle dipendenze dell’ammiraglio Hood, responsabile delle operazioni nel sud della Francia, il giovane ufficiale aveva ricevuto l’incarico di chiedere l’immediato intervento delle forze borboniche in appoggio alla Royal Navy. Appena sbarcato, Nelson ebbe onori che certamente non si attendeva, anche se ben conosceva l’importanza della sua missione. Nei dodici giorni della sua permanenza fu ricevuto tre volte a corte, nel corso di una cena il re lo fece sedere alla sua destra e, inoltre, dormì comodamente nell’appartamento dell’ambasciatore, insieme al figliastro Josiah Nisbet. Sir William lo aveva invitato contro tutte le consuetudini, perché in precedenza aveva ospitato solo personaggi di altissimo rango.

Non si può escludere che sulla decisione abbia influito la moglie. Ma non sembra ipotizzabile che in lei già fosse scoccata la scintilla del grande amore che, successivamente, avrebbe fatto scorrere fiumi di inchiostro. Più realisticamente l’obiettivo di Emily era soltanto quello di stabilire un contatto più diretto con un rappresentante della Royal Navy nella quale la regina Maria Carolina riponeva una fiducia illimitata. Fu messa a disposizione del comandante dell’Agamemnon e del figliastro, un guardiamarina, la “stanza del principe”, cosiddetta perché destinata in precedenza a Federico Augusto, sesto figlio di re Giorgio III. E le cortesie furono tali che Nelson, scrivendo alla moglie Fanny, tratteggiò la padrona di casa come «Una donna di maniere incantevoli che fa realmente onore al rango cui fu elevata e farebbe onore al trono». Espressioni entusiastiche, ma anche diplomatiche.

Colpito dalla straordinaria bellezza di Emily, il comandante dell’Agamemnon partì con un confuso sentimento nel cuore. Sarebbero dovuti passare cinque anni prima che si vedessero nuovamente.

(8. – “Amy Lyon: una lady alla Corte di Napoli” 2013)

Roberta Mangano

Salvatore Musumeci

[blockquote style=”3″]«Una bella donna non è colei di cui si lodano le gambe o le braccia, ma quella il cui aspetto complessivo è di tale bellezza da togliere la possibilità di ammirare le singole parti» (Lucio Anneo Seneca) [/blockquote]

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