Il giornale “La Sicilia” in data 18 marzo 1981 titolava la prima pagina: “Paurosa attività eruttiva dell’Etna: sgomberata nella notte una frazione di 250 abitanti – La lava minaccia Randazzo”
Il giorno in cui la lava sfiorò Randazzo. Il retaggio del fuoco: la memoria dell’eruzione dell’Etna del 17 marzo 1981
di Alfio Papa
C’è un silenzio particolare che precede le grandi paure. Non è assenza di suono, ma attesa. Un respiro trattenuto. A Randazzo, quel silenzio, nell’inverno del 1981, si insinuava tra i vicoli di pietra lavica, nei bar affollati, nelle stalle ancora tiepide di vita contadina. La montagna osservava. E chi vive ai suoi piedi, da generazioni, sa riconoscere quando lo sguardo dell’Etna cambia.
Poi arrivò il titolo. Nero su bianco, in prima pagina. Un grido stampato che attraversò l’isola: la lava minaccia Randazzo. Ma prima ancora delle parole, c’era stata la terra.
Il presagio della terra
Non fu un evento improvviso. Fu un lungo avvertimento. Per settimane, la montagna aveva parlato nel suo linguaggio più antico: quello delle scosse. Piccole, continue, quasi ostinate. Tremori leggeri, ma ininterrotti. Come un tamburo lontano che non smette mai di battere. Quattromila volte la terra aveva bussato sotto i piedi degli uomini. E poi, il 16 marzo, l’accelerazione. Cinquanta scosse in un’ora. Un ritmo innaturale, quasi febbrile. I vulcanologi osservavano, annotavano, prevedevano. Ma tra la gente non servivano strumenti: bastava l’istinto. Le parole si facevano brevi. Gli sguardi più lunghi. Nelle piazze si parlava piano, come per non disturbare qualcosa di più grande. Perché tutti lo sentivano: la montagna stava per aprirsi.
Quando la montagna si spaccò
Il 17 marzo 1981, alle 13:37, il tempo si fermò. O forse accelerò, improvvisamente. Una frattura. Poi un’altra. Poi molte. Il fianco nord dell’Etna si squarciò tra i 2500 e i 2625 metri di quota, e da quella ferita nacque il fuoco. Non un semplice flusso, ma fontane incandescenti, alte, violente, quasi irreali. La lava incontrò la neve e la trasformò in esplosioni di vapore. Il cielo si riempì di boati. Chi guardava da lontano racconta ancora oggi di aver visto la montagna respirare fuoco. Ma fu la sera a portare la vera paura. Una nuova frattura, più in basso, a 1800 metri. E da lì, una colata diversa: più grande, più veloce, più decisa. Non scendeva soltanto. Puntava. Aveva una direzione. Randazzo.
Il fiume di fuoco
Nelle ore successive, il vulcano continuò a scrivere la sua traiettoria verso valle. Ogni nuova apertura era un passo più vicino alle case. La mattina del 18 marzo, la lava era già scesa fino a 1400 metri. Non si fermava davanti a nulla. Boschi cancellati. Vigneti sepolti. Campi inghiottiti in pochi istanti. La terra, che per anni aveva nutrito, veniva restituita al fuoco. Poi arrivarono le strade. La Statale 120 fu tagliata come un filo. I binari della Circumetnea e delle Ferrovie dello Stato piegati, spezzati, inghiottiti. I pali della luce crollavano uno dopo l’altro. Le linee telefoniche si spegnevano. Randazzo si ritrovò isolata, avvolta nel buio e nella paura. E mentre il fuoco avanzava, la vita arretrava. Contadini che liberavano gli animali all’ultimo momento. Famiglie che caricavano in fretta pochi oggetti, lasciando dietro una vita intera. L’acqua che esplodeva al contatto con la lava, trasformando cisterne in bombe improvvise. Il crepitio del fuoco che divorava tutto. E il tempo che sembrava correre troppo veloce.
A due chilometri dalla città
Il momento più terribile non fu il boato, né la distruzione. Fu la distanza. Due chilometri. Così vicina era arrivata la lava. Così concreta era diventata la minaccia. Alcuni abitanti se ne accorsero tardi, quando il bagliore rosso illuminava già la notte. Gli avvisi c’erano stati, ma non sempre avevano raggiunto chi doveva ascoltarli. La colata percorse 7,5 chilometri. Un serpente di fuoco che scivolava lento e inesorabile verso il suo destino. Poi raggiunse l’alveo del fiume Alcantara. E lì accadde qualcosa che ancora oggi viene raccontato con un misto di stupore e gratitudine. La lava rallentò. Poi si fermò. Come se la montagna avesse deciso, all’ultimo istante, di risparmiare la città.
Il silenzio dopo il fuoco
Quando il vulcano tornò a tacere, il 23 marzo, nulla era più come prima. Il paesaggio portava i segni della battaglia: una cicatrice nera lunga chilometri. Campi scomparsi. Strade interrotte. Case isolate nel nulla. Il conto finale parlava di milioni di metri cubi di lava, ma nessun numero poteva raccontare davvero ciò che era accaduto. Perché ciò che restava non era solo distruzione. Era memoria.
Il ricordo che resta
A distanza di 45 anni, Randazzo non ha dimenticato. Non può farlo. Perché quel giorno non fu soltanto un evento naturale, ma una lezione. L’Etna non è solo un vulcano. È una presenza viva. Respira, si muove, decide. Concede e pretende. Protegge e minaccia. Chi vive ai suoi piedi lo sa: non si può vincere contro la montagna. Si può solo imparare a convivere con essa. Ascoltarla, rispettarla e ricordare. Perché il 17 marzo 1981 non è passato. Vive ancora negli occhi di chi c’era, nelle storie tramandate, nel silenzio che ogni tanto torna tra le vie di Randazzo. È il giorno in cui il fuoco si fermò. Ma soprattutto, è il giorno in cui una comunità guardò in faccia la forza della terra… e capì quanto sottile possa essere il confine tra la normalità e l’eternità del fuoco.






