Nei tempi antichi le persone si muovevano a piedi o a cavallo, rendendo superflua la precisa suddivisione delle ore durante la giornata, specialmente tra località lontane; la vita quotidiana si regolava secondo il ciclo solare. Con l’evolversi delle relazioni sociali divenne necessario strutturare le diverse fasi del giorno, identificando i singoli periodi dal sorgere al tramonto del sole e durante la notte. Ogni cultura sviluppò un proprio sistema per misurare il passare del tempo (babilonesi, persiani ed egiziani, ecc.).
I Greci dividevano il giorno e la notte in quattro parti uguali di tre ore ciascuna. La prima parte del giorno, chiamata giorno naturale, iniziava con l’alba; la seconda tre ore dopo; la terza sei ore dopo l’alba (mezzogiorno) e la quarta nove ore dopo. Al tramonto terminava il giorno e iniziava la notte. Questi intervalli corrispondevano a una rotazione completa della Terra, detta giorno siderale. Le ore all’interno di questi intervalli erano dette ore temporanee o ineguali, poiché la loro durata variava con le stagioni e la latitudine.
Anche i Romani usavano la stessa divisione del giorno e della notte dei Greci, utilizzando termini come “mane” per l’inizio del giorno, “meridies” per mezzogiorno, “solis occasus” per il tramonto e “media nox” per mezzanotte. Successivamente gli italiani adottarono la medesima convenzione, mantenendo la suddivisione tra giorno e notte fino al Medioevo. Durante il Rinascimento, l’inizio del nuovo giorno fu fissato al tramonto.
Giuseppe Piazzi, direttore e fondatore dell’Osservatorio astronomico di Palermo dal 1790 al 1817, studiò a fondo le diverse modalità di misurazione del tempo, concentrandosi sul momento d’inizio del giorno. In Italia l’antico sistema di misurazione del tempo, suddiviso in 24 ore, era noto come “ora italica”. Questo differiva dal sistema usato nel resto d’Europa, chiamato “ora di Francia” o “ora di Spagna”. Il sistema italiano iniziava al tramonto, precisamente mezz’ora dopo, e Piazzi spiegò che questa mezz’ora aggiuntiva evitava confusione tra giorno e notte. Al tramonto la luce non svanisce immediatamente: c’è un periodo di crepuscolo che varia con le stagioni e la latitudine, durante il quale il giorno sembra ancora presente. L’apparizione delle stelle segna l’inizio della notte, ma tra il tramonto e il momento in cui le stelle diventano visibili c’è sempre un intervallo di almeno mezz’ora. Per eliminare l’ambiguità si decise di iniziare il nuovo giorno mezz’ora dopo il tramonto.
L’ora italica era più di un semplice metodo per segnare il tempo; rappresentava un forte legame con i ritmi naturali e le osservazioni astronomiche. La sua importanza risiedeva nella capacità di sincronizzare le attività quotidiane con i cicli di luce e buio. L’unico elemento costante era il tramonto, mentre mezzogiorno, mezzanotte e alba variavano ogni giorno. Oggi un simile metodo potrebbe sembrare complicato o illogico, ma, sosteneva Piazzi, aveva indubbi vantaggi. Conoscendo l’ora italiana e sottraendola da 24:00, si poteva sapere quanto tempo restava al tramonto, permettendo di organizzare le attività prima del buio (da tenere presente che fino a tempi recenti la luce solare era l’unica fonte d’illuminazione, poiché candele e legna erano elementi costosi).
Con l’introduzione dell’orologio meccanico, l’orologio solare o la meridiana divennero fondamentali per regolare il tempo. A mezzogiorno si procedeva alla regolazione precisa dell’orologio. Tuttavia, il mezzogiorno secondo l’ora italica non era fisso. Una specifica e accurata tabella indicava quotidianamente l’ora e i minuti corrispondenti al mezzogiorno, richiedendo un aggiustamento giornaliero di circa un minuto. Questa tabella indicava l’ora che un orologio doveva segnare al “mezzogiorno vero locale”. Quando possibile si tracciava una linea meridiana per indicare l’ora italica del mezzogiorno, rendendo il processo semplice e accurato.
L’adozione del sistema di conteggio delle ventiquattro ore in stile francese, separato dalla mezzanotte e dal mezzogiorno, iniziò a diffondersi anche in Italia a partire dal XVIII secolo e fino a metà XIX secolo, grazie ai progressi tecnologici. Tuttavia vi fu un periodo in cui entrambi i sistemi coesistevano, e il passaggio definitivo dall’ora italica a quella francese, con l’inizio del giorno a mezzanotte, si completò nella prima metà dell’Ottocento. Per una sincronizzazione uniforme del tempo in tutte le province italiane fu necessario attendere l’Unità d’Italia, quando si raggiunse una quasi completa unificazione della misurazione del tempo.
Nel 1866 Vittorio Emanuele II, con il regio decreto n. 3224, unificò il tempo medio di tutte le province continentali agganciandolo al meridiano di Roma per regolare l’orario dei convogli ferroviari, dei servizi telegrafici, postali ecc.; mentre “nelle isole di Sicilia e Sardegna i servizi predetti saranno regolati ad un meridiano preso sul luogo nelle rispettive città di Palermo e di Cagliari”. Pertanto chi sbarcava in Sicilia proveniente dal continente doveva spostare le lancette dell’orologio indietro di sei minuti e trentasei secondi. Con il successivo decreto del 19 ottobre 1893 avvenne la vera unificazione per tutte le province del Regno, con decorrenza 1° novembre 1893, stabilendo il “tempo solare medio del meridiano a 15 gradi all’est di Greenwich”.
Mario C. Cavallaro









