C’è un limite oltre il quale il disagio smette di essere tollerabile e diventa umiliazione. A Randazzo quel limite è stato superato da tempo. Da inizio novembre 2025 l’Ufficio Postale di via Carlo Levi è chiuso per lavori legati al progetto governativo Polis, un intervento che nelle intenzioni dovrebbe rappresentare un investimento sulla modernizzazione dei servizi pubblici ma che, nella realtà quotidiana, si è trasformato in una prova di resistenza fisica e morale per centinaia di cittadini costretti a subire condizioni indegne per accedere a un servizio essenziale.
Al posto dell’ufficio postale oggi ci sono due container metallici, del tutto insufficienti per numero, dimensioni e organizzazione. Non esistono spazi adeguati per l’attesa, non esistono sedute, non esistono coperture.
Esiste solo una lunga fila di persone costrette a restare all’aperto, spesso per oltre un’ora e mezza, esposte al freddo, alla pioggia e al vento, con temperature che nelle ultime settimane sono scese fino a cinque o sei gradi. Una situazione che colpisce indistintamente tutti, ma che pesa in modo particolare sugli anziani, sulle persone fragili e su chi ha difficoltà motorie, costretti a rimanere in piedi per tempi lunghissimi senza alcuna tutela.
Il disagio non è limitato alle condizioni climatiche, ma è aggravato da una gestione caotica del servizio. Non esiste un elimina-code, non esiste una distinzione tra le diverse tipologie di operazioni e tutti gli utenti vengono convogliati in un’unica fila indistinta per raccomandate, pacchi, bollettini, modelli F24 e operazioni bancarie.
I tempi di attesa, spesso indicati in maniera generica come venti o trenta minuti, in realtà sono riferiti alla singola operazione e non all’intera fila, con il risultato che l’attesa complessiva supera frequentemente l’ora e mezza, trascorsa interamente all’esterno. Per un servizio pubblico essenziale, tutto questo non può essere considerato un semplice disservizio, ma rappresenta una vera e propria mortificazione della dignità delle persone.
La situazione era stata denunciata pubblicamente già il 26 novembre 2025 sulle pagine dei giornali, con segnalazioni puntuali e documentate. A distanza di oltre un mese Poste Italiane ha risposto con una comunicazione formale, spiegando che i lavori rientrano nel progetto Polis, che i container sono ritenuti “di norma” adeguati e che la riapertura dell’ufficio è prevista per la prima decade di febbraio 2026.
Una risposta che nei toni appare rassicurante, ma che nei fatti non ha prodotto alcun cambiamento. Un sopralluogo effettuato subito dopo la comunicazione ufficiale ha infatti confermato ciò che i cittadini vivono quotidianamente: nessun miglioramento, nessun intervento correttivo, nessuna soluzione concreta. Le condizioni denunciate a novembre sono rimaste identiche anche a gennaio.
Eppure, basterebbe poco per restituire un minimo di dignità all’utenza. Anche nella peggiore delle ipotesi, in attesa della riapertura definitiva, sarebbe possibile approntare due tendoni coperti per proteggere i cittadini dalla pioggia e dal vento e collocare alcune panchine mobili per consentire soprattutto alle persone anziane di potersi sedere durante l’attesa. Interventi semplici, di buon senso, che non richiederebbero grandi investimenti ma che ad oggi non sono stati presi in considerazione.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è l’incertezza sui tempi di conclusione dei lavori. Alla luce dell’avanzamento reale del cantiere, la promessa di una riapertura entro la prima decade di febbraio 2026 appare poco credibile e il rischio concreto è che l’emergenza venga ulteriormente prorogata, mentre i cittadini continuano a pagare il prezzo più alto in termini di tempo, salute e dignità.
Di fronte a questa situazione di stallo, è stata inviata una formale diffida ed esposto non solo a Poste Italiane, ma anche alla Procura della Repubblica di Catania, all’AGCOM e alle altre autorità competenti. Un’iniziativa che non nasce da spirito polemico, ma da senso civico, perché un servizio pubblico non può limitarsi a esprimere rammarico per il disagio mentre espone quotidianamente le persone a condizioni che possono mettere a rischio la salute, soprattutto dei soggetti più fragili.
Randazzo non chiede privilegi né trattamenti speciali, ma solo rispetto. Chiede strutture di attesa coperte e dignitose, una gestione ordinata dell’utenza, strumenti adeguati come un eliminacode e tempi certi e verificabili sui lavori in corso. Nulla di straordinario, solo il minimo indispensabile che dovrebbe essere garantito a qualsiasi comunità.
Quella che emerge non è la protesta di un singolo cittadino, ma la voce di un’intera comunità che rifiuta di essere trattata come invisibile. Randazzo non può e non deve essere lasciata al gelo. Perché il progresso vero non si misura con i proclami o con i comunicati stampa, ma con il rispetto concreto delle persone, e oggi, davanti a quei container freddi e insufficienti, quel rispetto appare drammaticamente assente.
Alfio Papa






