Grotta dei Cento Cavalli: viaggio tra lava, acqua e memoria nella Valle dell'Alcantara -
Catania
31°

Grotta dei Cento Cavalli: viaggio tra lava, acqua e memoria nella Valle dell’Alcantara

Grotta dei Cento Cavalli: viaggio tra lava, acqua e memoria nella Valle dell’Alcantara

Le invio la posizione…”. Al telefono, Salvatore non si perde in giri di parole. Apro la mappa su WhatsApp: il puntino rosso indica la strada statale 185, in contrada San Cataldo, nel territorio di Motta Camastra.

Non resta che partire: da Francavilla di Sicilia il percorso è breve, circa 15 minuti per 8-10 chilometri verso la costa ionica; da Giardini Naxos la distanza è pressoché la stessa, con accesso prima del bivio di Mitogio.

Sta per cominciare il viaggio nel geosito “Grotta dei Cento Cavalli”, inaugurato di recente alla presenza del sindaco di Motta Camastra, Carmelo Blancato, dei proprietari Francesco e Maria Falcone e delle maestranze che hanno contribuito alla sua realizzazione: un percorso in un luogo suggestivo, dove storia naturale, forme geologiche e paesaggio narrano il lungo legame tra terra e tempo.

Accoglienza e identità del luogo

Già il parcheggio restituisce il carattere del luogo: uno spazio ordinato, tra olivi — alcuni secolari — e middicuccari, il nome siciliano del bagolaro, albero forte e longevo dai piccoli frutti dolci; uno di questi cresce incastonato in una grande roccia.

Nell’area si trovano due eleganti casette costruite con blocchi di pietra lavica e pietra di Sabucina, destinate all’accoglienza dei visitatori. A realizzarle con grande perizia è stato Salvatore Randazzo, scultore di Francavilla di Sicilia e vincitore, nel 2013, del Premio “Arti Applicate e Mestieri”. Le sue opere hanno oltrepassato i confini della Valle dell’Alcantara, impreziosendo piazze e ville gentilizie in Italia e all’estero.

Il professor Francesco Falcone, insegnante di musica e informatica, proprietario del sito, mi accoglie calorosamente e mi mette subito a mio agio. Mi offre acqua fresca — sono le 11 e il caldo è intenso — e un caffè freddo, dandomi anche le prime informazioni sul luogo.

«Io e mia sorella vogliamo portare avanti questa realtà — dichiara il prof. Falcone — perché crediamo sia un progetto concreto. Ci abbiamo sempre creduto e tutta la mia famiglia, compresi i miei genitori, ha investito in questa iniziativa. Ormai l’agricoltura non garantiva più un ritorno economico adeguato, e oggi dobbiamo considerare anche gli aspetti occupazionali.

Abbiamo realizzato il sito poco alla volta: ci sono voluti trent’anni, tra blocchi burocratici e denunce. Tutto, però, è stato fatto attraverso progetti regolari, senza alcun abuso. Proprio questo percorso ci ha creato molte difficoltà: se non avessimo incontrato tutti questi ostacoli, la struttura sarebbe già stata completata da anni e sarebbe costata molto meno.

In questa struttura abbiamo scelto di usare materiali del luogo, pienamente siciliani, proprio per conservare e valorizzare l’identità del territorio. Oggi, quando una persona visita un luogo e riconosce elementi autentici della sicilianità, ne percepisce subito il valore».

La visita guidata e il racconto della grotta

A guidarmi nel sito è Salvatore Orlando, imprenditore turistico, fondatore di varie attività del settore e collaboratore della famiglia Falcone nella valorizzazione dell’area.

La visita alla Grotta dei Cento Cavalli offre l’occasione per osservare da vicino l’azione lenta e continua della natura, capace di modellare rocce, cavità e ambienti sotterranei nel corso di migliaia di anni. Attraverso questo itinerario, il geosito diventa non solo una meta di interesse scientifico, ma anche uno spazio di conoscenza, meraviglia e consapevolezza ambientale, dove ogni elemento del territorio racconta una parte della sua evoluzione.

Secondo la tradizione, il nome della grotta deriverebbe da una leggenda che richiama quella del celebre “Castagno dei Cento Cavalli” di Sant’Alfio (CT). La Regina Giovanna d’Aragona, mentre attraversava le proprie terre accompagnata da nobili messinesi e cavalieri, sarebbe stata colta da un violento temporale. Il gruppo trovò allora rifugio in un’ampia grotta prospiciente il fiume Alcantara, tanto capiente da ospitare cento cavalieri con i rispettivi cavalli.

Tra saie, mulino e ingresso nella roccia

Inizia la discesa. Attraversiamo un’area solcata dalle saie, le tradizionali canalette irrigue di origine araba, percorriamo una scalinata e raggiungiamo un antico mulino restaurato, un tempo alimentato dalla forza dell’acqua.

Proseguendo lungo il percorso, una curiosa apertura nella roccia richiama subito la mia attenzione: la sua forma ricorda un grande occhio socchiuso. È l’ingresso della grotta.

Origine lavica e grotte gemelle

La Grotta dei Cento Cavalli è una cavità particolare: non si presenta come un semplice vuoto aperto nella roccia, ma come un antico tunnel di scorrimento lavico, modellato dal passaggio della lava e conservato nella compattezza scura della pietra vulcanica.

Avevo già visitato in passato altri condotti di scorrimento lavico, ma nessuno di dimensioni così imponenti.

La cavità si estende per oltre trenta metri ed è alta più di due; nella parte più interna, la volta presenta una seconda apertura, realizzata in epoca remota.

A breve distanza si apre anche la Grotta dell’Eremita, una sorta di “gemella” della prima: più piccola, appartiene anch’essa al sistema dei tunnel di scorrimento lavico e si trova a circa 20 metri in linea d’aria.

La grotta è conosciuta anche come “Grotta dell’Olandese”, perché fino a pochi anni fa è stata abitata da un uomo di origini olandesi che la scelse come propria dimora. Secondo il racconto, vi rimase per diversi anni, fino a quando un’eccezionale piena del fiume ne raggiunse l’ingresso, bloccandolo all’interno per alcuni giorni e mettendone in pericolo la vita.

Dopo quell’episodio, decise di trasferirsi in un luogo più sicuro. Ancora oggi, dal letto del fiume, sono visibili tracce della sua presenza: piani d’appoggio di legno utilizzati come arredi rudimentali.

A questo punto sorge una domanda: da dove proveniva la lava che ha dato origine a questi tunnel? Si entra così in un ambito più propriamente scientifico, da affrontare con attenzione e cautela.

A questo proposito, è utile richiamare lo studio scientifico La Grotta dei Cento Cavalli e la Grotta dell’Eremita, nella medio-bassa valle dell’Alcantara (Sicilia Nord Orientale), firmato da Sergio Di Marco e Francesco Falcone e pubblicato dall’Accademia Gioenia di Scienze Naturali di Catania nel 2018.

Al capitolo “Origine delle Lave”, si legge che “le grotte studiate e descritte nel presente studio, permettono di avvalorare quanto già ipotizzato da uno degli Autori (Di Marco S., 2016) sulla genesi delle lave che interessano la media e bassa Valle dell’Alcantara, ovvero la presenza di un complesso sistema di centri eruttivi prossimi all’area in esame, di cui è stato già documentata una delle aree di risorgenza magmatica a circa due chilometri più a monte lungo la Valle dell’Alcantara, in Contrada Larderia (meglio nota come “Gole dell’Alcantara”).

Le motivazioni che inducono a ricercare in un centro effusivo diverso da quello delle Gole dell’Alcantara, l’area sorgente delle lave costituenti le grotte esaminate, sta proprio nella morfometria delle cavità e della articolazione spaziale delle stesse, ed in particolare nella direzione di scorrimento determinata per le lave interne alla Grotta dei Cento Cavalli, che muovendosi in direzione SE-NO escludono che esse possano essere state originate in un’area più a monte all’interno della Valle dell’Alcantara.

Quanto sopra trova supporto nel rilievo geologico, nonché su altre considerazioni sull’evoluzione geomorfologica dei luoghi e permette di individuare la bocca effusiva poche decine di metri più a nord-est rispetto alle grotte di scorrimento lavico”.

Storia, briganti e leggende dell’Alcantara

Le grotte assumono grande valenza anche sotto l’aspetto storico, in quanto “furono rifugio di famosi briganti che segnarono, pur nell’illegalità, importanti pagine di storia locale del XV e XVI secolo, … sfruttate da personaggi quali il bandito Gian Giorgio Lanza (o Lancia), che presentava i tratti del brigante gentiluomo, dedito “per il mezzo de ladronezzi, spogliando gl’huomini danarosi, et usurai, et spargere il rubbato denaro parte a’ suoi sgheri, et parte a’ poveri“.

Della banda di Gian Giorgio Lanza (o Lancia), avevano parlato altri storici nei secoli precedenti, a cominciare dal messinese Giuseppe Buonfiglio Costanzo, che nella sua Historia Siciliana (1604), fa cenno alle sue imprese e alla sua triste fine.

Ma esiste anche un episodio leggendario legato alla Grotta dei Cento Cavalli e alla Valle dell’Alcantara, ripreso da Giuseppe Mazzullo, grande artista originario di Graniti.

Il protagonista è Michelone, uomo forte e generoso vissuto nella seconda metà dell’Ottocento nei pressi del fiume Alcantara.

Dopo aver salvato il marchese di Schisò, ferito e isolato durante un temporale, riceve in dono una terra e del denaro, riuscendo così ad avviare un fondaco prospero. Con l’aiuto di Provvidenza e di due braccianti fidati, Michelone affronta poi la minaccia dei briganti che terrorizzano la Valdemone. Scoperto il loro rifugio nella Grotta dei Cento Cavalli, prepara un piano per eliminarli facendo esplodere dei barilotti. La leggenda si conclude con il ricordo di un cupo fragore che, ancora oggi, si dice si possa udire nelle notti d’inverno presso la grotta e il fiume Alcantara.

Il cammino verso il fiume

Torniamo ora al motivo del nostro viaggio e riprendiamo il cammino verso il fiume.

«Ancora settantadue scalini e saremo giù», mi avverte Salvatore. Il rumore dell’acqua cresce a ogni passo e l’atmosfera sembra evocare Viaggio al centro della Terra di Jules Verne. Nel mio adattamento cinematografico preferito, diretto da Henry Levin nel 1959, il professor Sir Oliver Lindenbrook dell’Università di Edimburgo arriva in Islanda con il suo assistente, lo studente Alec McKuen, e individua l’ingresso di una caverna vulcanica…

Lì, però, siamo nella finzione; qui, invece, nella realtà. Attraversiamo il fiume saltando da una roccia all’altra; poi, d’un tratto, davanti a noi si apre un’ampia spiaggia fluviale.

Il fragore dell’acqua è sempre più vicino: è il “Salto di Cupido”, dove un getto impetuoso precipita dalla sommità della roccia e si infrange su massi coperti di muschio, creando uno scenario dal fascino tropicale.

Ma la vera avventura deve ancora cominciare.

Dentro l’Alcantara di San Cataldo

Salvatore mi consiglia di indossare gli scarponcini, ma anche le mie robuste scarpette da mare sono adatte: davanti a noi sta per svelarsi uno scenario di straordinaria bellezza.

Iniziamo così la risalita dell’Alcantara. I primi passi nell’acqua mi restituiscono subito una sensazione netta: è fredda, ma non in modo eccessivo; anzi, dopo il caldo intenso della mattinata, diventa quasi una benedizione, un sollievo immediato che accompagna il corpo e rende più vivo ogni movimento.

Procediamo lentamente, scegliendo con attenzione dove appoggiare i piedi tra le pietre levigate dalla corrente, mentre il fiume scorre attorno a noi con un suono continuo, ora lieve, ora più deciso, come se guidasse il cammino.

Intorno a noi si innalzano pareti laviche monumentali, compatte e scure, così imponenti da sembrare ciclopiche. Non raggiungono la spettacolarità delle più celebri formazioni di contrada Larderia, note semplicemente come “Gole dell’Alcantara”, ma conservano un fascino intenso e sorprendente.

La roccia, scolpita nei secoli dall’azione incessante dell’acqua, mostra superfici lisce, fenditure, sporgenze e cavità che raccontano, più di qualsiasi spiegazione, la lunga storia geologica di questo tratto della valle.

Ogni ansa del percorso rivela una prospettiva diversa: un taglio di luce che scende dall’alto, un riflesso improvviso sull’acqua, una cascata che appare tra le pareti come un piccolo prodigio naturale.

Salvatore procede davanti a me con passo sicuro, indicando i punti migliori per avanzare e aiutandomi a leggere quel paesaggio d’acqua e di lava.

In quel momento mi appare davvero come l’Hans di Viaggio al centro della Terra: una guida discreta e affidabile, capace di trasformare un itinerario naturalistico in una spedizione avventurosa.

Lo seguo tra massi, rivoli e salti d’acqua, mentre dalle pareti rocciose, lisciate da millenni di erosione, l’acqua zampilla in più punti, scivola lungo la pietra e ricade nel fiume con un mormorio fresco e continuo.

L’impressione è quella di entrare in un ambiente primordiale, dove gli elementi essenziali — la pietra, l’acqua, la luce e il tempo — convivono in un equilibrio potente e silenzioso.

Le lave antiche sembrano custodire la memoria del fuoco che le ha generate, mentre il fiume, con pazienza infinita, continua a modellarle, ad addolcirne i profili, a scavare passaggi e a restituire al paesaggio una bellezza severa e inattesa.

Il percorso non è breve, ma resta intenso, appagante nel corpo e nell’anima: ogni passo rende più evidente il carattere unico di questo tratto dell’Alcantara e la sua forza discreta e potente, capace di trasformare la roccia vulcanica in uno scenario di rara suggestione.

Torniamo indietro: la visita sta per concludersi e inizia il cammino verso la superficie. In alto vedo le auto attraversare il Ponte di Mitogio, sospeso ad arco sul fiume e collegamento tra le province di Messina e Catania, e mi domando se chi lo percorre conosca davvero questo luogo.

Anch’io, del resto, per cinquant’anni ho percorso queste strade senza immaginare che, proprio sotto di esse, si nascondesse un mondo così affascinante: le “Gole di San Cataldo”, nel cuore del fiume Alcantara.

Luigi Lo Presti

Potrebbero interessarti anche