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Leonardo Sciascia ed il femminismo

Leonardo Sciascia ed il femminismo

Nel 1974 Leonardo Sciascia rilasciò a Franca Leosini una intervista per L’Espresso in cui affermò che apparentemente le donne siciliane erano succubi degli uomini, “però nella realtà la donna siciliana comanda nel modo più subdolo e più negativo”, perché in Sicilia vigeva il matriarcato ovvero il mammismo.

Queste dure affermazioni scatenarono una reazione delle femministe di punta, considerando l’agire delle donne siciliane come conseguenza della gerarchia patriarcale. Dall’intervista dello scrittore, però, si evincono due importanti considerazioni: la prima che la donna, nonostante sia esclusa dai poteri visibili, esercita un’autonomia all’interno del suo contesto sociale. La seconda che le donne possono essere soggetti di conservazione e a volte di violenza.

Per tutta una serie di ragioni, tra cui che la pratica era ancora preponderante sulle ricerche, le femministe non colsero questa dimensione, pur avendo ragione sul rapporto istituzionalizzato di subordinazione tra gli uomini e le donne. Pochi anni dopo, però, furono proprio alcune storiche femministe, interessante il saggio del 1983 di Gianna Pomata “Storia delle donne: una questione di confine”, che interrogandosi sulle metodologie e categorie con cui era necessario scrivere la storia delle donne, individuarono i contesti familiari e sociali delle comunità da cui narrare la soggettività femminile.

In questi contesti, anche in una pratica di lignaggio patrilineare che mantiene il controllo sulle donne, le donne, hanno praticato una rete di relazione sociali dove potevano competere, cioè praticare degli spazi di agibilità e di autonomia attraverso cui si verificano i mutamenti, oggetti della storia, che però sono altro rispetto ai mutamenti di sconvolgimento della storia a cui siamo stati istruiti. Si tratta di scarti cui è difficile “trovare posto sulla scena della storia, il piccolo mutamento, attraverso cui gli individui rinegoziano e ridefiniscono continuamente i rapporti tra loro e, con essi il sistema generale di regole: la cultura”.

La storia trae queste considerazioni aprendo ai risultati delle ricerche di altre scienze, come l’antropologia e l’etnografia, con cui è stato possibile uno studio comparativo delle società. Ne deduco che uno studio sui contesti sociali della Sicilia avrebbe potuto rilevare le strategie, ciò di cui Sciascia si doleva, adottate dalle donne per il comando che annientava gli uomini, il terreno dove le donne rinegoziavano e competevano con gli uomini.

Pur non avendo potuto leggere il saggio della storica Pomata, Sciascia nella realtà siciliana colse che le donne detenevano, per dirla ancora con le future considerazioni della storica, “spazi di intervento attivo e di iniziativa…, anche in condizioni di subordinazione e segregazione”.

La sociologa Renate Siebert, sempre negli anni ottanta, scrive a proposito della società contadina calabrese, come potesse essere stimolante considerare la tesi della subordinazione delle donne tout court nella società tradizionale sostanzialmente come un pregiudizio.

Gli interventi del 1974, con cui le femministe contestano le affermazioni di Sciascia, erano segnati, dalla fase accusatoria del sistema patriarcale, come mi piace definirla. Qualche anno dopo la pratica femminista sconfina nelle pratiche teoriche necessitanti di categorie e concetti con cui potere raccontare le donne e la storia delle donne, che non è quella aggiuntiva a quella già conosciuta, dove l’esclusione delle donne era già conclamata. Le studiose, dunque, individuarono il contesto sociale e relazionale della comunità, dove avvenivano gli invisibili mutamenti dai risvolti economici e politici.

Gianna Pomata scrive, a sostegno della sua tesi, che nel XIII secolo le donne europee artigiane potevano ereditare i beni della famiglia, per il loro ruolo attivo in essa svolto, mentre alle patrizie toccava la dote in quanto i beni venivano trasmessi solo in linea maschile.

Negli anni settanta del secolo scorso, le donne marocchine erano attive per la loro stessa sopravvivenza di donne sole, intessendo all’interno della parentela forti legami “clientelari”, in cui la più forte crea nel più debole un obbligo di riconoscenza sociale che costituisce la moneta di scambio. Legami che influenzano la stessa sfera pubblica e politica.

“Se pensiamo alla diffusione e all’importanza della politica clientelare nel mondo mediterraneo, vediamo subito la rilevanza del mondo delle donne”. Sciascia nel 1979 nell’intervista “La Sicilia come metafora”, a proposito delle donne siciliane, aveva dichiarato che a seguito dello sbarco anglo americano in Sicilia del 1943, aveva colto dei cambiamenti come la perdita del loro terribile potere distruttivo. Lo sbarco è stato un avvenimento storico sconvolgente e rilevabile che ha inciso sulla vita delle donne, ma non è il solo mutamento, aggiunge lo scrittore, “altri si rilevano più casuali che sostanziali, sono cambiamenti che definirei passivi, dovuti alla forza delle cose o all’andazzo degli eventi. Come per esempio, aggiunge Sciascia, “la donna siciliana ha acquisito, grazie all’emigrazione un po’ più di coscienza e di conseguenza,un po’ più di libertà”.

Trovo queste considerazioni, nonostante il suo terrore verso il potere matriarcale distruttivo delle donne siciliane, straordinariamente anticipatrici degli studi che qualche anno dopo le studiose femministe svilupperanno.

Il secondo tema che emerge dall’intervista a Sciascia è quello della conservazione e della violenza delle donne. Dall’intervista del 1974, ma anche da alcuni suoi personaggi come la zia d’America e la regina Sofia dell’intervista immaginaria, emerge un mondo femminile conservatore e psicologicamente violento segnato dal matriarcato/mammismo.

Lo scrittore rincara affermando che la madre americana tende ad essere quello dell’eroe, la madre mediterranea quella del mafioso e del camorrista, rilevando una dimensione femminile dell’orrorismo. Anche in questo caso è necessario aspettare ancora qualche anno affinché le femministe riflettano sulla conservazione o violenza femminile.

Nel 1989 Robin Morgan a proposito delle donne terroriste scrisse che la “donna rivoluzionaria ha aderito alla linea radicale maschile”, in cui la donna deve negare la sua femminilità. Laura Lanfranco nel 2003 scrive di Condoleeza Rice che ha amministrato la guerra e la pace nel mondo né più né meno di un uomo in divisa, nel 2007 la filosofa Adriano Cavarero affronta l’“orrorismo” femminile: da Medea alle torturatrici di guerra, alle donne kamikaze delle attuali guerre sante.

A fronte della realtà femminile conservatrice o violenta, il femminismo segnala la difficoltà a pensare la donna come corpo che dà vita e quello stesso corpo che toglie la vita, assumendosi la responsabilità di un lavoro a partire da sé e dentro di sé, elaborando nuove categorie di approcci simbolici e storici genealogicamente femminili perché, per dirla con Audre Lorde, non si può: “smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone”.

Robin Morgan, infatti, a proposito delle terroriste si è interrogata in che modo e perché il femminismo sfugga a queste donne o piuttosto perché esse sfuggano dal femminismo, che appunto sfugge dai canoni maschili che sempre ha considerato la violenza un normale approccio relazionale.

Ebbero ragione le femministe a reagire alle parole di Sciascia che non conosceva le realtà del femminismo siciliano di quegli anni, tanto che dichiarò che in Sicilia “il femminismo di associazioni non c’è” nemmeno nelle grandi città e questo era il segno che “non ce n’era bisogno”, mentre è documentato il contrario. Lo scrittore contraddisse e si contraddisse quando affermò che lavorando fuori casa “la donna, tra l’altro, non sa che perde di potere”, quello matriarcale, quando qualche anno intervistato dalla Padovani afferma che le esperienze fuori di casa rendono le donne più sicure, più libere e dunque, aggiungo io, dotate di più potere.

Non tenne conto che se molte donne di famiglia mafiosa hanno consegnato ai figli la giacca e le armi del padre per vendicarsi, altre madri mediterranee, sono state madri di eroi, come la madre di Salvatore Carnevale, di Peppino Impastatato, di Paolo Borsellino, di Emanuela Loi.

Nell’intervista del 1974 lo scrittore dichiara, ancora, come il lavoro fuori casa delle donne sia negativo “nel senso conservativo della famiglia”, però se la donna è più libera la “combatti” ad armi pari, “è un avversario che hai di fronte e non alle spalle”. Parole come pietre che però hanno avuto il merito di andare oltre le leggi e i testi sacri che hanno ratificato e giustificato l’assoggettamento delle donne. Nella realtà, che Sciascia amava raccontare, le donne potevano anche comandare e non essere solo comandate,perché i ruoli nella società non sono mai rigidi ed invalicabili, come molti studi antropologici ed etnografici e sociologici hanno riscontrato in antiche e moderne comunità, attraverso cui le storiche italiane dagli anni ottanta hanno cominciato a tirare le fila di una storia delle donne.

Se non fosse stato così, peraltro, Boccaccio non avrebbe potuto scrivere gli amori femminili del suo Decamerone e soprattutto la sua brigata di giovani non sarebbe stata composta da sette donne e tre uomini.

Nunziatina Spatafora

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