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Lettura divina

L’espressione della “Regola” (Regula monachorum o Sancta Regula, XLVIII, 5) – che consta di un “Prologo” e di settantatré “Capitoli” e che fu dettata da San Benedetto da Norcia nel 534 – indica un esercizio monastico, di grande importanza spirituale e culturale, e cioè l’applicazione quotidiana di parecchie ore alla lettura della Bibbia e ai più grandi monumenti della tradizione dei Padri (Regola, LXXIII). Assai prima della comparsa della formula benedettina, questo esercizio privato si ravvisa nel propagarsi della “lectio” comunitaria della Bibbia, tant’è che alcuni Salmi, il 18 e soprattutto il 118, ne sono già non solo la materia ma anche l’espressione, così come parimenti buona parte della lettura spirituale.

La “lectio divina” non è una caratteristica esclusiva del monachesimo, ma anche un valore importante per tutta la Chiesa. Proprio così, considerato che anche il Concilio Vaticano II, nella “Dei Verbum” (25), scrive: «È necessario che tutti i chierici, principalmente i sacerdoti e quanti, come i diaconi e i catechisti, attendono legittimamente al magistero della parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante la sacra lettura assidua e lo studio accurato». Ed è ancora il Concilio Vaticano II, nella “Perfectae caritatis” (6) a dire ai religiosi: «I membri degli Istituti coltivino con assiduità lo spirito di preghiera e la preghiera stessa, attingendoli dalle fonti genuine della spiritualità cristiana. In primo luogo abbiano quotidianamente fra le mani la Sacra Scrittura, affinché dalla lettura e meditazione dei Libri Sacri imparino la sovreminente conoscenza di Gesù Cristo». Ed è sempre il Concilio Vaticano II, nella “Apostolicam actuositatem” (4), a rivolgersi anche a tutti i laici: «Solo alla luce della fede e nella meditazione della parola di Dio è possibile, sempre e dovunque, riconoscere Dio nel quale viviamo, ci ritroviamo e siamo, cercare in ogni avvenimento la sua volontà, vedere Cristo in ogni uomo, vicino o lontano, giudicare rettamente del vero senso e valore che le cose temporali hanno in se stesse e in ordine al fine dell’uomo».

Peraltro, già San Giovanni Crisostomo (344 ca – 14.9.407) protestava contro quelli i quali ritenevano che la “lectio divina” fosse riservata ai monaci: «Ecco ciò che guasta tutto: voi credete che la lettura della Bibbia sia un compito riservato unicamente ai monaci, mentre invece voi ne avete bisogno molto di più di loro» (Patrologia Greca, t. 57, 30d). Anche San Gregorio Magno (535 ca – 12.3.604), rivolto a Teodoro, medico dell’imperatore, questo raccomandava: «La Sacra Scrittura è la lettera dell’onnipotente Dio alla sua creatura. Studia e medita ogni giorno le parole del tuo Creatore, conosci il cuore di Dio nelle parole di Dio» (C.C., Series latina, 140, p. 339 e ss., a cura di D. Norberg).

Lo scopo da raggiungere, con la “lectio divina”, è quello stesso per cui ci è data la Sacra Scrittura, tant’è che, dai testi conciliari, emergono quattro finalità: “Teologale”, perché avvenga il colloquio con Dio; “Cristologico”, per ottenere la sovreminente conoscenza di Gesù Cristo; “Ecclesiale”, per generare, sostenere e far ringiovanire una comunità cristiana e religiosa; “Antropologica”, perché l’uomo di Dio sia perfetto, preparato per ogni opera buona. E proprio in questo contesto, sembra muoversi il certosino Guigo II († 1188), il quale, scrivendo al confratello Gervasio, intitolava la sua missiva “Lettera sulla vita contemplativa” o “Scala dei monaci”, proponendo la successione di quattro gradini: “lectio”, “meditatio”, “oratio”, “contemplatio”.

Più in particolare, intendendo: per “Lettura”, uno studio accurato delle Scritture condotto con uno spirito tutto teso a comprenderle; per “Meditazione”, un’attività dell’intelligenza che con l’aiuto della ragione ricerca attentamente la conoscenza della verità nascosta; per “Preghiera”, un rivolgere il cuore a Dio con l’intenso desiderio di evitare il male e conseguire il bene; per “Contemplazione”, un elevarsi dell’anima al di sopra di sé, rimanendo come sospesa in Dio e gustando le gioie della dolcezza eterna. Quattro gradini – questi della “lectio”: “meditatio”, “oratio” e “contemplatio” – ai quali i maestri spirituali odierni ne aggiungono un quinto, quello dell’“actio”, consistente in un proponimento operativo conseguente a quanto si è meditato nella parola, e cioè un’“azione” nel mondo ispirata dalla Scrittura.

E infine, sempre sulla “lectio divina”, un’annotazione. Il 16 dicembre 2005 Benedetto XVI, in commemorazione dei 40 anni della Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione “Dei Verbum” emanata da Paolo VI il 18 novembre 1965, così ebbe a sottolineare: «In questo contesto, vorrei soprattutto evocare e raccomandare l’antica tradizione della “Lectio divina”: l’assidua lettura della Sacra Scrittura accompagnata dalla preghiera realizza quell’intimo colloquio in cui, leggendo, si ascolta Dio che parla e, pregando, Gli si risponde con fiduciosa apertura del cuore. Questa prassi, se efficacemente promossa, recherà alla Chiesa – ne sono convinto – una nuova primavera spirituale».

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