Un’arte che risorge

Salvatore Mangano e la compagnia “Il paladino” fanno rivivere le gesta della grande “opera dei pupi” che ha regalato emozioni e passione ad intere generazioni

Tutti siamo rimasti affascinati dall’opera dei pupi. Affascinati dalle armature luccicanti, dalle gesta di Orlando e Angelica, di Rinaldo, di Ferraù di Spagna, di Gradasso, di Rodomonte, di Uzeta catanese, di Gano di Magonza. Affascinati dalla cadenza dei parlatori, dagli animatori (manianti). E come non parlare dei costruttori dei pupi e dei cartellonisti. Salvatore Mangano grande puparo ancora in attività, confessa: “Quando ormai l’opera dei pupi volgeva al tramonto, soppiantata da nuove forme di spettacolo come il cinema e la televisione, nessuno credeva più nella sua rinascita. Ma ecco che, dalla polvere di un fatiscente magazzino, affiorano, come per incanto, i volti di Orlando e di Rinaldo con gli occhi austeri, quasi a chieder di essere riportati in vita. Come rimanere insensibili al loro richiamo? Come dimenticare le loro gesta nei teatrini di Catania, ove si sono viste susseguirsi intere generazioni appassionate alle loro storie?”.

Un patrimonio incomparabile di un’arte semplice e popolare i cui dettami sono altamente didattici e comportamentali. Per fortuna, tutto il corredo artistico dei pupi e scenari, detto “mestiere”, è rimasto quasi intatto, sottratto alla speculazione del tempo che, cinicamente, smembrava i teatri di autentici capolavori per destinarli ai negozi di souvenirs. Don Salvatori Laudani non voleva venderli quei pupi del teatro di Via Plaja a Catania; si ribellava al pensiero che le sue creature finissero appese ad un chiodo, come freddi oggetti inanimati. E poi, come può un padre vendere i propri figli? Don Salvatore e i suoi fratelli, Carmelo e Nino, erano davvero grandi pupari, il capostipite Biagio Laudani vantava un “mestiere” sin dal 1800. “Ormai l’arte è morta”, diceva ai suoi discepoli che lui aveva indirizzato così bene nel difficile mestiere di “puparo”, formando la compagnia “Il paladino” il cui tutore fu proprio don Salvatore Laudani, che rivisse con essa gli ultimi palpiti di una vita dedicata ai pupi.

La compagnia opera con autonomia propria, nel rigore di una ferrea tradizione, è fornita di teatro smontabile, di scene e di pupi di grande bellezza. La compagnia è formata dal direttore e capocomico Salvatore Mangano, che ha ereditato l’arte dei pupi da Salvatore Laudani e allievo del grande parlatore Biagio Sgroi, che ha operato presso tutti i teatri catanesi, prima e dopo la seconda guerra mondiale; da Biagio Foti, nipote del puparo Salvatore Laudani, ha appreso l’arte dell’animazione e della costruzione dei pupi e imparato anche dai parlatori Nuccio Mangano e Pina Tedesco, (non più tra di noi). Dagli animatori (maniante Mario Isaia, colonna dell’animazione. Tutti i pupi catanesi sono passati dalle sue mani per più di sessant’anni) e da Santo Saia, proveniente dal teatro dei Laudani, Fabrizio Mangano e Orazio Foti; dai tecnici del suono e delle luci Salvo e Alessandro Mangiagli e Cristina Stupia. Il repertorio si avvale di antichi canovacci, tramandati da varie generazioni di pupari.

Salvo Mangano dice: “Non esiste egemonia nell’opera dei pupi, ma vi sono diverse realtà delle quali è bene che i vari Enti preposti alla cultura ne tengano conto, perché è bene confrontarsi e compararsi con altri in un’arte, come l’opera dei pupi, che ha vissuto sempre di un fenomeno collettivo di matrice popolare”. Mangano si riferisce ai conoscitori, e non agli improvvisatori. Come non ricordare Pina Tedesco, che dava la voce ad Angelica, Doralice, Isabella, Bradamante. Salita in cielo molto presto, restano indimenticabili le sue interpretazioni, di Maria nella Natività la cui voce dolce e commovente risuona tuttora nelle orecchie di tanti spettatori che, con rimpianto, la ricordano. Anche la stampa, sulla sua prematura morte, titolò diversi articoli. Uno su tutti: “Si è spenta la voce di Angelica”. Pina ha lasciato grandi insegnamenti sia sul piano umano sia in campo artistico. Lei è là, sempre viva ogni qualvolta si alza la tela del teatro.

Michele Milazzo