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Hannibal ad portas!

Hannibal ad portas!

Hannibal ad portas!”, sì, “Annibale alle porte!”: uno dei motti latini più usati (anche nella forma “Hannibal ante portas”, “Annibale davanti alle porte”), per indicare un grave pericolo incombente – attestato principalmente da Cicerone (Filippiche, 1,5,11; De finibus, 4,9,22) –, con evidente allusione alla “situazione disperata” in cui si venne a trovare Roma durante la seconda guerra punica per la rapidità di Annibale (247 ca – 183 a.C.), il quale dalla Spagna passò con l’esercito in Italia, colse i Romani impreparati e divisi sulla condotta di guerra, tant’è che sconfisse P. Cornelio Scipione al Ticino, al Trebbia e travolse la resistenza romana al Trasimeno (giugno del 217). Sì: quando Roma aspettava di essere assediata da un momento all’altro dai Cartaginesi.

Una situazione, sì, il pericolo corso da Roma durante la seconda guerra punica, molto, assai simile a quella che sta attualmente vivendo il “Paese Italia”, con una popolazione sempre più alla deriva, con un genere di povertà che sembrava non dovesse mai più tornare dopo i duri e difficili anni del secondo dopoguerra, quando gli Italiani, sconfortati oltreché disperati per le condizioni di grande sofferenza che dovevano giornalmente sopportare, stentarono non poco a rimettersi in carreggiata. Anni davvero difficili quelli che seguirono la fine della seconda guerra mondiale sino al 1960. E anche quelli sino al 1970, pian piano superati grazie all’impegno e al “duro lavoro” di tutta la popolazione, “lavoro” che riuscì a portare l’Italia in una condizione di vivibilità.

Per dire ancora – anche al fine di inquadrare meglio quei lunghi decenni – del triste fenomeno dell’emigrazione, non solo verso l’Europa, ma anche verso l’Australia, con qualche fuga anche verso le Americhe, dove i primi Italiani, numerosi, erano già approdati sin dal primo Ottocento e poi agli inizi del Novecento. Un fenomeno, quello dell’emigrazione, che, di fatto, spogliò sempre più l’Italia delle sue forze migliori, quelle che si dedicavano all’agricoltura e alla pastorizia, settori portanti dell’economia italiana d’allora e “cuore pulsante” di un Paese che viveva con grande dignità e reciproco rispetto: con dignità, perché anche le classi povere con le sole loro forze erano autosufficienti; con rispetto, perché tra le varie classi sociali regnava duratura la pace.

Si vuole, infatti, sottolineare che – pur esistendo allora una notevole differenza di vita socio-economica tra la nobiltà e i professionisti, da una parte, e la classe operaria, dall’altra – la povertà era un fenomeno abbastanza raro, perché ben diversa da quella di questo nostro tempo. E che la stessa politica, nelle sue varie componenti, sapeva guardare ai bisogni della “gente comune”, di tutte quelle persone che, invece, dagli anni Novanta in poi, hanno condotto un genere di vita sempre più difficile. Non certo, però, come quella che la maggior parte della popolazione italiana vive oggi. Sì, quando la classe politica si è lasciata andare a ruberie e sprechi d’ogni genere. Sì, e non si vuole ancora rendere conto che il tempo delle feste è finito e che è tempo di mettere giudizio.

E quindi, si guardi indietro, giacché “Historia magistra vitae”!

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