Giarre, una città che cambia: memoria, urbanistica e occasioni mancate. Riflessioni a margine del dibattito sulla storia recente della città -
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Giarre, una città che cambia: memoria, urbanistica e occasioni mancate. Riflessioni a margine del dibattito sulla storia recente della città

Giarre, una città che cambia: memoria, urbanistica e occasioni mancate. Riflessioni a margine del dibattito sulla storia recente della città

Nel salone degli specchi si è tenuta la presentazione degli atti del convegno “La città che cambia – Appunti su Giarre nel novecento”, promosso dalla Società giarrese di storia patria e cultura, presentazione che è stata propizia per aprire sulla Giarre di oggi. Accogliamo la riflessione di Alfredo D’Urso, presidente dell’associazione politico culturale Articolo Uno.

“Il dibattito della scorsa sera su Giarre, “La città che cambia” mi ha dato l’occasione di ripensare ad alcuni passaggi cruciali della nostra storia recente urbanistica epolitica. Non ho potuto seguire l’intera discussione per ragioni personali, ma ho ascoltato con attenzione l’intervento dell’architetto Salvo Patanè, che ha richiamato due fasi decisive: il 1966, l’anno del cosiddetto “sacco di Agrigento” e, per noi, del “sacco di Giarre”; e il 2005, con il primo Piano Regolatore di Giarre.

Tuttavia, tra questi due momenti esiste un periodo altrettanto decisivo che raramente viene ricordato e che credo vada riportato alla memoria collettiva: gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando io stesso, da consigliere comunale del Partito Comunista prima e del PDS poi, vissi in prima persona una stagione intensa di confronto, conflitto e difesa del territorio.

Gli anni Settanta e il primo grande “sacco” urbanistico

Come ha ricordato l’architetto Patanè, alla fine degli anni Sessanta/inizi Settanta Giarre visse una crescita edilizia abnorme, soprattutto nell’area sud-est: V.le Libertà, via F,lli Cairoli, via D’Azeglio, etc. fino a piazza Sac. Spina. Fu un’espansione disordinata, priva di una visione complessiva, che modificò profondamente l’assetto urbano.

Gli anni Ottanta: il secondo ciclo di urbanizzazione selvaggia

Ma un secondo ciclo di espansione, altrettanto significativo, si verificò alla fine degli anni Ottanta e va ricordato. In quel decennio Democrazia Cristiana e Partito Socialista, che deteneva l’assessorato all’urbanistica, promossero una nuova fase di urbanizzazione incontrollata nella zona sud: il quartiere del Principe, l’area verso Altarello, c.so Europa, via Veneto, via Emilia. Anche questa fu un’urbanizzazione priva di regole, senza adeguata pianificazione e incapace di rispondere ai reali bisogni della popolazione.

La battaglia dei primi anni Novanta: difendere la collina, la Vigna del Principe e il torrente Macchia

Quando poi, all’inizio degli anni Novanta, si avviò la discussione sul nuovo Piano Regolatore, mi trovai – insieme all’architetto Salvatore Cali, stimato professionista e collega in consiglio comunale – a contrastare un’ulteriore espansione del costruito. Democrazia Cristiana e Partito Socialista proposero infatti: un nuovo aumento delle cubature, nonostante la popolazione residente fosse ormai stabile da anni; l’attacco alla collina ed al “polmone verde” di quel che restava della vigna del Principe; un assalto speculativo al torrente Macchia, con l’idea di edificare a ridosso dell’asta torrentizia.

Su questi punti ci fu oggetto uno scontro durissimo. In particolare, il torrente Macchia, come intuì allora l’architetto Calì, non era soltanto un elemento paesaggistico, ma una vera infrastruttura naturale di protezione civile: un corridoio idraulico essenziale per la sicurezza di Giarre. Toccarlo avrebbe significato mettere a rischio la città.

Le ragioni della difesa del torrente Macchia non erano solo urbanistiche. In seguito, negli anni Novanta, la giovane studiosa, oggi docente universitaria Melania Nucifora, mostrò – in un lavoro che meriterebbe di essere ripreso – come i torrenti e la loro rete abbiano rappresentato per decenni il motore dello sviluppo economico e agricolo del territorio giarrese fra Ottocento e Novecento. La Villa Liberty della famiglia Di Mauro ne è esempio emblematico.

Non difendevamo quindi semplicemente “uno spazio vuoto”, ma un patrimonio ecologico, paesaggistico e storico.

Una battaglia vinta da una minoranza tenace

Eravamo soltanto due consiglieri su trentadue, ma riuscimmo a bloccare quelle spinte speculative grazie a un lavoro politico e tecnico rigoroso e serrato. La Democrazia Cristiana alla fine ripiegò e – anche grazie ad un abile intervento dell’assessore all’urbanistica dell’epoca – venne prorogato il vecchio Programma di Fabbricazione, impedendo nuovi attacchi al torrente.

Quella battaglia impedì alla città di essere stravolta da nuove colate di cemento, in un momento in cui il tessuto urbano non aveva alcun bisogno di crescere ancora.

L’amministrazione Sodano e le tentazioni degli anni 2000

Purtroppo, quell’equilibrio non durò. Negli anni Duemila, dopo la sindacatura di Toscano, tornarono tentazioni speculative. Il sindaco Sodano arrivò addirittura a revocare il suo assessore all’urbanistica, ed ebbe la “necessità” di convocare l’opposizione per spiegare che l’assessore aveva “travalicato il mandato” e che temeva un ritorno a una stagione di cementificazione selvaggia. Anche questo episodio racconta quanto fosse fragile la difesa del territorio.

Il presente: una città senza visione e senza ruolo territoriale

Oggi Giarre non appare soltanto priva di una visione urbanistica complessiva: è una città che ha smarrito il proprio ruolo strategico. Un tempo era il centro naturale, amministrativo ed economico di un’area vasta, dal mare fino all’alta collina etnea. Oggi questo baricentro si è indebolito: funzioni, servizi e capacità di coordinamento si sono progressivamente dispersi, lasciando un territorio frammentato, senza una guida e senza una prospettiva comune.

E’ vero, molte sono state le occasioni mancate: il Piano Regolatore Intercomunale Giarre–Riposto mai avviato; l’area artigianale, il sistema dei servizi e il coordinamento sovracomunale sono rimasti occasioni mancate. Tutto questo, unito ad un declino demografico e delle attività produttive, in primo luogo dell’agrumeto che ha fatto la fortuna di Giarre, ha reso la città più debole e meno capace di proporsi come motore dello sviluppo dell’area jonica etnea.

In prospettiva, se vogliamo immaginare un futuro diverso dobbiamo recuperare una visione d’insieme, investire nella tutela del territorio e costruire strumenti nuovi per rilanciare lo sviluppo dell’intero comprensorio, dal litorale fino ai paesi pedemontani.

Solo così Giarre potrà ritrovare il proprio ruolo, tornare a essere una comunità viva e diventare di nuovo la città capace di orientare le trasformazioni del suo territorio.

Credo che serva un dibattito, innanzitutto nel cuore vivo della città, prima ancora che tra forze politiche inesistenti, per capire ed individuare che direzione deve prendere lo sviluppo di Giarre e del suo territorio”.

Alfredo D’Urso

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