Accadde 900 anni fa: 17 agosto 1126, le reliquie di Sant’Agata rientrano trionfalmente a Catania, dopo aver veleggiato davanti al litorale di Mascali -
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Accadde 900 anni fa: 17 agosto 1126, le reliquie di Sant’Agata rientrano trionfalmente a Catania, dopo aver veleggiato davanti al litorale di Mascali

Accadde 900 anni fa: 17 agosto 1126, le reliquie di Sant’Agata rientrano trionfalmente a Catania, dopo aver veleggiato davanti al litorale di Mascali

Catania sta vivendo, in questi mesi di luglio e agosto, le celebrazioni del novecentesimo anniversario del ritorno nella Città, da Costantinopoli, delle reliquie di Sant’Agata, dopo che queste erano state trafugate 86 anni prima (insieme a quelle di Santa Lucia a Siracusa), proprio nel 1040, dal generale bizantino Giorgio Maniace, durante l’infausta e non riuscita spedizione che avrebbe dovuto liberare la Sicilia dagli Arabi. La tradizione racconta che un fortunale improvviso avrebbe bloccato per tre giorni le navi al porto della città etnea, segno del distacco doloroso della santa dalla propria Città.

Nel 1126, Sant’Agata apparve in sogno a due soldati in servizio a Costantinopoli, il provenzale Gisliberto e il pugliese (di Gallipoli) Goselino (detto, anche, Goselmo), chiedendo di essere riportata nella propria città; così, i due soldati trafugarono, nottetempo, le reliquie della Santa, le divisero in più parti e le posero nelle loro faretre. L’Imperatore Giovanni II Comneno, accortosi del furto, cercò inutilmente di intercettarli e di farli arrestare, ritenendo quel trafugamento un cattivo presagio per l’Impero Romano d’Oriente. Le reliquie, dopo un rocambolesco viaggio, arrivarono in Puglia (proprio a Gallipoli, dove rimase, della Santa, la sacra mammella, trasferita poi a Galatina nel 1399 ad opera del principe Raimondo Del Balzo Orsini) e quindi a Messina. Dunque, partite, per via mare le reliquie dal trafficatissimo porto di Messina (e non per via terra come alcuni, erroneamente, hanno riportato, ricostruendo quei fatti, e, quindi, facendo passare, erratamente, le reliquie per la terra di Mascali se non addirittura per dentro il nostro borgo), esse veleggiarono davanti al litorale di Mascali e del nostro territorio, per giungere ad Aci (l’odierna Acicastello), dove il Vescovo Maurizio le accolse insieme a tutto il popolo festante e scalzo e in camicia da notte (da qui, la tradizione del “Sacco” dei devoti) ed esse fecero il loro ingresso trionfale a Catania il 17 agosto del 1126.

La storia della traslazione di queste reliquie ci è stata raccontata, per la prima volta, dal castiglionese (Giulio) Antonio Filoteo degli Omodei, nel 1557, nell’opera “Sommario degli uomini illustri di Sicilia”, fondandosi egli su una “Lettera di (del vescovo) Maurizio”, di quel XII secolo, successiva ai fatti, la cui autenticità da alcuni è stata messa in dubbio.

Ma, com’era Mascali (unico borgo fra Aci e Calatabiano) in quel tempo? Ci viene incontro, a tal proposito, la descrizione, comunque breve e scarna, che ci ha lasciato il geografo arabo Idrisi o Edrisi (Abu ‘Abd Allah Muhammad ibn Muhammad ibn ‘Abd Allah ibn Idris al-Sabti, questi al servizio del normanno sovrano Ruggero II), nel 1154 (quindi, ben prima dell’altamente distruttivo terremoto del 1169), nella sua opera “Min Kitab nuzhat al-mushtaq fi ikhtiraq al-afaq” (“Il diletto di chi è appassionato per le peregrinazioni attraverso il mondo”): “…Di qui (da Castiglione; n.d.a.) al villaggio di Mascali, allineato con il versante dell’Etna prospiciente al mare… (testo originale illeggibile; n.d.a.)… Mascali adagiata sulla vetta di un alto monte, è un villaggio ben popolato, attraversato nel suo settore centrale da corsi d’acqua…” (traduzione, del 1966, di Umberto Rizzitano, nel suo “Il libro di Ruggero”, per l’editore palermitano Flaccovio).

Per approfondimenti su questo argomento, il mio: Antonino Alibrandi, “Mascali e il suo territorio – La Storia – Dai Bizantini a Carlo III di Borbone (535-1759)”, Amazon, Leipzig, 2023.

Antonino Alibrandi

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