1554: il nuovo luogo di posta “delle giarre” -
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1554: il nuovo luogo di posta “delle giarre”

1554: il nuovo luogo di posta “delle giarre”

Lo scorso settembre, è stato pubblicato il libro “AA.VV., “Città di Mascali – Quaderno di studi”, n. 2”. In esso è contenuto un originale (soprattutto, per i contenuti) saggio (pagg. 7-55) del prof. Antonino Alibrandi, dal titolo “Mascali (XVI secolo – Prima metà del XVIII): contro il “Cristiano ordine” (i Turchi – i banditi – gli eretici)”, suddiviso in cinque capitoli (corroborate da complessive 103 corpose note): 1) «La “Terra Maschalarum”: la vexata quaestio’ della “Baronia” e della “Contea”»; 2) «I Turchi contro il litorale di Mascali (1524-1670)»; 3) «1554: il nuovo luogo di posta “delle Giarre”»; 4) «Il banditismo – Dai banditi Giorgio Lanza e Giambattista Lo Xiglio (1591-1592) al bandito Francesco Ferro (1657-1659)»; 5) «L’Inquisizione – L’eretico Antonino Casale (1724)».

Qui, pubblichiamo le pagine del breve capitolo terzo (munite, alla fine, delle relative note, con la numerazione presente nel saggio, cioè dalla nota 67 alla nota 78), quello proprio su Giarre, nel quale il prof. Alibrandi predata il sorgere del nostro borgo alla metà circa del XVI secolo (a fronte di un documento di estremo interesse) e dà una nuova interpretazione sul toponimo “Giarre” attribuendogli il significato di “Le argille” (“Le Crete”).

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Nella metà del XVI secolo, i viceré provvidero a migliorare i servizi dei corrieri postali delle torri di avviso e delle stazioni delle guardie; e, quindi, affinché gli editti governativi e le ordinanze militari venissero trasmessi rapidamente, così ebbe a scrivere, con ormai dimenticate parole da parte degli studiosi del nostro territorio, Vincenzo Raciti Romeo (fondandosi su un documento (67) da me, con particolare interesse, letto, visualizzato, nel dettaglio, con l’espressione “fondaco alle giarre” scritto con tanto di minuscola): “il 6 luglio 1554 (il viceré; era, in quell’anno, viceré Giovanni de Vega e Presidente del Regno il figlio Fernando; n.d.a.) ordinò che nel ‘posto’ di (Aci; n.d.a.) Aquilia fossero mantenute tre mule a servizio dei corrieri e altre tre di ricambio nel nuovo ‘posto’ di Giarre mantenuto a spese del comune di Taormina” (68). Compare, così, per la prima volta “Giarre” (ben prima di quel Seicento in cui troppa storiografia è stata solita, per abitudine, attribuirne l’origine, al di là di qualche eccezione (69), la quale, comunque, non ha mai riportato il suddetto documento), non ancora un abitato di molte case, ma un “fondaco” nuovo, come già citato in un documento altro del 1567 (“Fundacum noncupatum delli Giarri…”) riportato da Giambattista De Grossis (70).

Il toponimo piuttosto che derivare delle “giare” (così, come per consuetudine, molti hanno ritenuto, fra cui, nel 1813, nella polemica fra Mascali e Giarre, il mirabile illuminista poeta catanese e filo-giarrese Domenico Tempio; tesi sostenuta, nel 1815, dal filo-mascalese Venerando Gangi, il quale, tuttavia, si badi bene, sostenne che “Giarre non ha mai avuto grandi tradizioni nella produzione ceramistica siciliana”) (71), potrebbe derivare non tanto dal prodotto artigianale finito, le “giare”, ma dal suo grezzo materiale, cioè l’argilla, per cui dovrebbe significare propriamente “Le argille” (“Le Crete”) e ciò a fronte delle specifiche caratteristiche geologiche del suo territorio, caratterizzato, a differenza delle altre parti del versante jonico-etneo, dall’essere, per buona parte, argilloso, cretoso, e di questo erano ben consapevoli gli uomini dei secoli addietro come alla fine del Settecento ebbe a testimoniare, fra gli altri Giuseppe Recupero (“Nella parte della ‘Timpa del salice’..sono composti d’argilla tinta ove gialla, ed ove rossa… Salendosi dal fondo della Maccia per la via che conduce al quartiere di S. Giovanni, s’incontra a man sinistra un banco d’argilla bianca, alto quattro canne……Sotto di questo ritrovasi un letto d’arena di Mongibello alto quasi un palmo, il quale è tramezzato di alcuni piccoli strati di argilla bianca, come se fosse stato formato di successivi depositi. Il resto del banco è di argilla bianca… l’argilla è talmente polverizzata e così ben mescolata coll’arena e terra dell’Etna, che in tempi asciutti fanno le cavalcature sollevare in aria un nembo di sottilissima polvere… Salendosi da Mascali a Piemonte s’attraversa un terreno montuoso, come le coste di Mascali, formato non già di terre argillose, ma di banchi molto alti di terra sottilissima giallognola, ed arene…”) (72), così come testimoniano sempre le carte di quei secoli che citano il toponimo, su largo spazio, con la dicitura “Le Giarre”, in tal modo ben collegata, a nostro avviso, alle caratteristiche naturalistiche e ambientali del territorio, alle quali sono legati anche gli altri toponimi di conio “moderno” o più antico che gli stanno accanto nei pressi (“La Strada”, “La Macchia”, “L’Azzanetto”, “La Dagala”,”Il Fleri” o lo stesso “Mascali”, come abbiamo già scritto, ed altri) (73); deriverebbe dall’arabo “fahhar” (“faggiar”), che sta ad indicare sia l’ “argilla” che la “giara” (74); d’altronde, per quanto si siano dati da fare, i molti studiosi che hanno voluto proporre la derivazione dalle “giare” hanno tentato inutilmente di accreditare la località come luogo di gran fabbricazione dei suddetti grandi vasi, trovando, per i secoli, qualche buon luogo (come per qualsiasi località della Sicilia) di produzione di questi grandi contenitori e null’altro; oltretutto, affinché la derivazione dalle “giare” sia corretta sarebbe necessario che calzi per quel Cinquecento, periodo per il quale sarebbe alquanto difficile immaginare una produzione di ampi orci in un luogo ancora per quasi tutto da disboscare e da mettere in grande collegamento commerciale con gli altri luoghi di Sicilia (e, di fatti, nessun ritrovamento, a tal fine, è stato trovato per quel tempo); il giustificare questa derivazione dalla presenza nei secoli, in vari luoghi della città di Giarre, di giare contenenti i diversi prodotti della Contea, non significa nulla; il passaggio, poi, nell’immaginario e nel linguaggio popolare e anche dei dotti, dall’ “argilla” alla “giara”, dopo tanto tempo in cui si era perduto il primo significato, risulta facilmente comprensibile.

Un’altra tesi, comunque, merita rispetto e cioè quella ipotizzata da Salvatore Raccuglia, nel 1906, che farebbe derivare il toponimo dal termine “jarra” (che egli ritiene, dal basso latino, significare “quercia”) (75), ciò corroborato, scriviamo noi, relativamente alla metà del Settecento ad esempio (ma, la loro esistenza, doveva essere, per evidenti motivi, già ben presente per i secoli precedenti nel bosco etneo e, particolarmente, in quel tratto), dai “densissimi” querceti citati dall’abate Vito Amico nel territorio di Mascali (76) che, nello stesso Settecento, ebbe a specificare più propriamente Giuseppe Recupero, si trovavano da Macchia verso l’alto, cioè verso “Monachella, Sambuco, le Cave” (77), querce che in quel Cinquecento sarebbero potute ben trovarsi un po’ più in basso nel territorio della nascente Giarre e che, se dovessimo accettare la tesi di Raccuglia, probabilmente sarebbero state tagliate per lasciare spazio a quel nuovo luogo di posta; tutt’oggi, ancora, il querceto è validamente presente da Macchia verso l’alto. Tuttavia, in questa direzione, Isidoro M. Sidro Barbagallo ha ben chiarito (78) che, nei secoli, in questo versante dell’Etna, è stato sempre accertato il termine “cerza” o “cersa” (non “jarra”) per “quercia” e “cerrita” per “querceto”.

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NOTE

A.M.A. sta per Archivio Municipale di Acireale. Il testo di Vincenzo Raciti Romeo: “Aci nel secolo XVI”, Acireale, “Atti dell’Accademia degli Zelanti e dei Dafnici”, 1896-1898. Il testo di Isidoro M. Sidro Barbagallo: “Da Giarre a Taormina, la storia attraverso i toponimi”, Catania, Tip. Squeglia, 1995. Il testo di Giambattista De Grossis: “Catana sacra”, Catania, Vincenzo Petronio, 1654.

( 67) A.M.A., Reg. I, fol. 78.

(68) Vincenzo Raciti Romeo, cit., pag. 51.

(69) Isidoro M. Sidro Barbagallo (“Da Giarre a Taormina, la storia attraverso i toponimi”, cit., pagg. 73-74) conferma l’esistenza del fondaco in Giarre nella seconda metà del Cinquecento, fondandosi su Giambattista De Grossis (Infra, n. 68 [errata corr.: sta per Infra, n. 70]), ma non conoscendo il documento antecedente qui riportato in n. 65 [errata corr.: sta per n. 70] .

(70) Giambattista De Grossis, cit., pag. 263: “Fundacum noncupatum delli Giarri quod aere proprio comparaverat Cathedrali Ecclesiae dimisit (Nicolaus Caracciolus episcopus Catinensis) per acta Josephi de Amico die 8 januarii XI Ind. 1567”.

(71) La derivazione di “Giarre” dalle “giare” è stata sostenuta, di sicuro già dal 1813, da Domenico Tempio, nella sua opera pro-giarrese ”La Fera in cuntrastu” (a cui, in favore di Mascali, aveva risposto l’acese Venerando Gangi con l’opera “Dialogo di Masclot, Masclet e Maschelon”). Del dramma satirico-politico di Domenico Tempio sono stati pubblicati e commentati i passi salienti in Santi Correnti, “Le origini storiche di Giarre”, Catania, Iscre, 1965. Il testo di Venerando Gangi è stato, per la prima volta, pubblicato da Santi Correnti, “Echi letterari dell’origine borghese di un Comune della Sicilia Orientale”, in “Nuovi Quaderni del Meridione”, a. III, n. 12, Palermo, 1965, pagg. 507-522.

Sul toponimo “Giarre” derivante da “giara”: cfr, Isidoro M. Sidro Barbagallo, cit., pagg. 70-77 (su Venerando Gangi, pag. 72); Isidoro Barbagallo sostiene la derivazione del toponimo “Giarre” da “giara” e considera la tesi di Raccuglia (Infra, n. 73 [errata corr.: sta per Infra, n. 75]) “minoritaria” e contraddetta dai numerosi ritrovamenti di giare nel territorio giarrese.

(72)Giuseppe Recupero, “Storia naturale e generale dell’Etna”, Catania, Stamperia della Regia Università degli Studi, 1815 (post), I, pagg. 160-163.

(73) Si veda, per tutte, la “Carta dell’Etna”, del 1793, di Antonio Zacco, riportata, inizialmente, da Francesco Ferrara, “Storia generale dell’Etna”, Catania, Pastore, 1793, Appendice 1; più recentemente riprodotta in Vittorio Enzo Alfieri, a cura di, Pietro Bembo, “De Aetna”, Palermo, Sellerio, 1981, Appendice “bianco e nero – 4”.

(74) Cfr., Girolamo Caracausi, “Arabismi medievali di Sicilia”, Palermo, Ed. Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1983, pagg. 209, 254-256. Caracausi (pag. 256) indica genericamente la derivazione di “Giarre” da “giarra”, pur sottintendendo, per abitudine invalsa, che abbia il significato di “vaso grande di creta..di terra cotta”.

(75) Salvatore Raccuglia, “Storia di Aci dalle origini al 1528 D.C.”, Acireale, Tip. Orario delle Ferrovie, 1906, pag. 174, n. 1.

(76) Vito Amico, “Lexicon topographicum siculum”, Catania, 1757-60, II, alla voce “Mascali”.

(77) Giuseppe Recupero, cit., pag. 146.

(78) Isidoro M. Sidro Barbagallo, cit., pag. 70, n. 129.

Antonino Alibrandi

 

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