Coronavirus e i contagiati: da due mesi non si parla, ormai, d’altro. Ma in due mesi, purtroppo, non si è riuscito ancora a sincronizzare il modus operandi che le Asp e le aziende ospedaliere dovrebbero avere nei confronti dei sindaci, e quindi della popolazioni dei Comuni interessati da casi di cittadini che hanno contratto il Covid-19.
Infatti, a meno che anche noi non ci siamo confusi, una corretta procedura dovrebbe prevedere il tampone ai contagiati sintomatici, una corretta ricostruzione dei contatti del malato e, se possibile, sottoporre a tampone anche i familiari. I risultati dei tamponi dovrebbero poi essere comunicati sia ai sindaci dei Comuni interessati, in qualità di massima autorità sanitaria cittadina, che alle forze di polizia per attivare i provvedimenti del caso.
Già, perché mentre il malato sintomatico viene, in base alle condizioni di salute o ricoverato o posto in isolamento domiciliare, i familiari e/o conviventi e le persone con cui si sono avuti contatti (ma questo prima delle stringenti restrizioni di un mese fa) dovrebbero mettersi in quarantena fiduciaria per frenare la possibilità, se contagiati anche in modo asintomatico, di propagare il virus a terze persone.
Una tempestiva comunicazione delle autorità sanitarie ai vari sindaci consentirebbe anche un rapido controllo ed una veloce organizzazione dei servizi necesari sia di controllo che a sostegno sia dei contagiati che dei loro cari. Non dimentichiamoci, infatti, che queste persone vanno aiutate non solo dal punto di vista medico ma, probabilmente, necessitano pure di un supporto logistico e, financo, psicologico.
Sempre più soventemente, invece, ci accorgiamo che i sindaci ricevono le comunicazioni ufficiali dalle autorità sanitarie diversi giorni dopo, addirittura quando alcuni pazienti, fortunatamente, sono già in via di guarigione. E nel frattempo cos’è accaduto? Qualche sindaco ha avuto la fortuna di essere avvisato dai contagiati, altri inseguono le “soffiate” e si adeguano di conseguenza. Ma si può?
Qualche primo cittadino ha scritto nei giorni scorsi anche ai Prefetti (alcuni in provincia di Catania e ben 77 sindaci nella provincia di Messina) sia per avere comunicazioni tempestive sia per sapere quanti e quali concittadini si erano “autodenunciati” per il loro “rientro” dal Nord per approntare gli opportuni provvedimenti per il controllo della quarantena volontaria.
Possibile che nel 2020 non si riesca ad avere un’unica cabina di regia che possa smistare, con cadenza almeno quotidiana, queste informazioni ai sindaci? Questa discrasia va corretta, subito. Altrimenti a che serve lo sforzo di medici, infermieri, personale sanitario? A che serve sacrificare ogni giorno centinaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri e militari per strada (e a rischio contagio) per controllare e sanzionare gli “sperti” che girano inutilmente nelle varie città? A tutela di chi lavorano se non di noi stessi?
Questa comunicazione “differita” dei contagi ai tempi del “real time” e dei social ingenera inoltre, a torto o a ragione, nella popolazione, non poca preoccupazione perché alimenta un clima di incertezza che sfocia molto spesso, purtroppo, nella “ricerca dell’untore”, nel richiedere a tutti i costi “un nome” per sapere “se qualcuno ha avuto contatti”.
E che volete che sia la privacy, la sofferenza altrui: bisogna sapere il nome del contagiato per proteggersi! Ora, ci chiediamo, ma se da quasi un mese siamo costretti a misure restrittive che, ognuno, in coscienza, dovrebbe aver seguito scrupolosamente evitando al massimo il contatto con altre persone perché preoccuparsi oltremodo? Basta questo per proteggersi adeguatamente, non un nome!
Questo virus è estremamente democratico ed è in grado di colpire chiunque e l’unico modo per ridurne le potenzialità è, nei limiti del possibile, il distanziamento sociale o se proprio necessario per chi lavora, usare i dispositivi di protezione e alcuni semplici accorgimenti igienici che riducono le possibilità di contagio. O per caso qualcuno pensa che conoscere il nome di uno, due, dieci malati lo immunizzi e possa tornare dall’indomani alla vita di sempre?
Insomma, bisogna ragionare come se anche il tuo vicino di casa fosse malato. Se farete, se faremo così, non avremo bisogno di nomi ma solo di tempo e, statene certi, ne usciremo. Tutti.









