Randazzo e le sue mura medievali nell’indifferenza -
Catania

Randazzo e le sue mura medievali nell’indifferenza

Randazzo e le sue mura medievali nell’indifferenza

 

La più antica architettura urbana esistente a Randazzo, il simbolo caratterizzante della cultura medievale, è a rischio degrado e dissesto e presenta molteplici squilibri. Basti osservare, anche sommariamente, il segmento di mura che si estende lungo il perimetro nordest sul colle S. Giorgio, nei pressi dell’omonimo monastero, per rendersi conto delle gravi lesioni e delle profonde carenze strutturali del manufatto.

Mura2014A confermare la criticità è pure una recente analisi della Facoltà di Architettura dell’Università di Catania, ancora in corso di elaborazione. Lo studio e i rilevamenti delle emergenze architettoniche effettuati nelle settimane scorse dagli studenti del “Laboratorio di progetto 4 – Restauro”, sotto la guida dei professori Eugenio Magnano di San Lio, Maria Rosaria Vitale ed Emanuele Fidone, hanno evidenziato i quadri fessurativi e deformativi a carico della cortina muraria, interessata, in più punti, dal distacco del paramento esterno dal nucleo.

Le cause vanno ricercate non solo nella vetustà, ma anche nelle manomissioni, nelle maldestre intrusioni e nei tentativi di restauro effettuati nel passato, nel traffico veicolare, specie quello pesante che provoca continue micro vibrazioni, e poi, in alcuni punti, anche nel ruscellamento delle acque piovane che erode la superficie del terreno creando qua e là pericolose cavità al disotto della base, rendendone conseguentemente vulnerabile la staticità della monumentale architettura.

Una proposta di intervento mirata richiede indagini più approfondite – dichiara Maria Rosaria Vitale, ricercatore di Restauro, che aggiunge – certamente le attuali condizioni di conservazione suggeriscono l’assoluta opportunità di un intervento di consolidamento e restauro contestualmente a un’azione di valorizzazione in grado di permettere un’adeguata fruizione della cinta fortificata”.

Una proposta per fare del colle S. Giorgio una terrazza belvedere, con un suggestivo e originale percorso turistico delineato da un selciato in pietra lavica, risale agli anni novanta e fu lanciata dalla locale sede dell’Associazione SiciliAntica. La realizzazione di quella proposta sarebbe un sicuro vantaggio sia per il decoro urbano, sia per l’offerta turistica e l’immagine culturale della città. Della presenza delle gloriose mura di cinta, che anticamente resero l’abitato di Randazzo prestigioso e inespugnabile, oggigiorno, in pochi si accorgono e addirittura c’è chi, anche tra i residenti, ne sconosce persino il valore storico. Ma ciò che è paradossale, ma anche sintomatico di una generale indifferenza, è che in loco le mura di cinta non siano indicate da nessuna segnaletica turistica. Purtroppo, nella pratica quotidiana il patrimonio culturale, specie quello pubblico, è sistematicamente trascurato e talvolta, addirittura, deturpato. Pertanto, una considerazione va fatta. Il tema della valorizzazione e della tutela del patrimonio culturale è solitamente cavalcato dai politici di turno nel breve periodo delle campagne elettorali, momento in cui l’interesse specifico assurge a tema irrinunciabile, tanto per opportunità di circostanza quanto per fare propaganda.

Ma per assicurare alle future generazioni il godimento completo dell’antico retaggio culturale trasmessoci da un’antica stirpe allogena, lo studio e la manutenzione del patrimonio architettonico storico oggigiorno pone una questione cruciale per la sua stessa sopravvivenza. Una società evoluta e complessa come quella ereditata dall’occidente latino non può trascurare le proprie ricchezze culturali (tra l’altro ereditate gratuitamente) frutto di secoli di sedimentazione di vari saperi. Le opere d’arte si salvaguardano attraverso la conoscenza e l’impegno concreto quotidiano e non con le discussioni, spesso sterili, nelle campagne elettorali o nei social network.

Gaetano Scarpignato

 La storia dimenticata

La superstite cortina muraria, risalente al primo insediamento urbano formatosi a partire dall’XI secolo, anticamente cingeva ad anello l’intero abitato. Tenuto conto della disastrosa dinamica del processo di conservazione e di trasmissione dell’antico patrimonio culturale della città, è un fatto straordinario che questa singolare tipologia di architettura sia giunta, benché mutila, fino ai nostri giorni.

Le mura di cinta furono concepite come opera difensiva a tutela delle istituzioni e della popolazione residente e per tale ragione possono essere considerate un modello di “opera pubblica” medievale, la più antica infrastruttura locale. Ciò che rimane delle mura medievali si snoda ininterrottamente dal colle S. Giorgio fino l’inizio di via G. Bonaventura, mentre un altro settore si erge nella zona compresa tra porta S. Martino e il rione San Pietro.

A difendere la città, oltre le mura, contribuiva anche un articolato sistema di fortilizi e torri di avvistamento cui rimane solo il Castello ex carcere. Dodici porte consentivano l’accesso, o l’uscita, dal centro abitato. Di queste ne rimangono soltanto quattro e sono conosciute con la tradizionale denominazione di porta Aragonese, porta Pugliese, porta San Martino e porta San Giuseppe.

Originariamente le mura erano capillarmente sormontate da merli guelfi alla cui base interna si trovava un camminamento di ronda, qua e là entrambi ancora esistenti. Soprattutto durante la notte, il presidio del territorio era affidato a gruppi di ronde costituite da milizie composte tanto da militi quanto da semplici cittadini che insieme vigilavano, con fiaccole e alabarde, secondo turni prestabiliti dalle consuetudini cittadine.

Gaetano Scarpignato

 

Nella foto alcuni settori dei quadri fessurativi e deformativi delle mura di cinta medievali nel colle S. Giorgio. Foto: Gaetano Scarpignato

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