Il Colosseo da abbattere: una provocazione del 1946 -
Catania
40°

Il Colosseo da abbattere: una provocazione del 1946

Il Colosseo da abbattere: una provocazione del 1946

Partendo da una provocatoria proposta di demolizione del Colosseo apparsa nel 1946, il testo riflette sul rapporto tra memoria storica, modernizzazione urbana e identità collettiva, attraversando il dopoguerra italiano, il caso del “Sacco di Palermo” e l’esempio della Roma di Sisto V.

A volte, per capire meglio il presente, mi rifugio nelle cronache del passato. È ciò che mi è successo sfogliando La Sicilia del 29 giugno 1946: in fondo alla prima pagina ho trovato una notizia tanto curiosa quanto sorprendente.

L’articolo, intitolato “Demolire il Colosseo” e corredato dall’occhiello “Opinioni Americane”, è un brillante pezzo di Luigi Bottazzi (1877-1951), storica firma del Corriere della Sera e collaboratore di diverse testate, tra cui La Sicilia di Catania.

Il testo riportava che un giornalista americano si era spinto fino a proporre la demolizione dell’Anfiteatro Flavio, cioè del Colosseo, simbolo universale di Roma e, più in generale, dell’identità italiana.

E per quale ragione, ammesso che ve ne fosse una?

“Per ricavarne un giardino pubblico dove i ragazzi possano giocare e prendere il sole.”

Il dopoguerra e il “peso” del passato

Nel 1946, a un anno dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia cercava di rialzarsi tra rovine materiali e ferite morali: si ricostruivano case e strade, ma anche un’idea comune di futuro.

In uno scenario del genere, non stupisce che qualcuno guardasse ai monumenti non solo come a testimonianze storiche, ma come a “pesi” del passato, da discutere, reinterpretare o persino—azzardando—da rimuovere.

Modernità e memoria

Alla base di questo ragionamento c’è l’idea che la modernità abbia bisogno di “spazio”, anche a costo di sacrificare ciò che appare improduttivo.

Uso “c’è”, al presente, e non “c’era”, al passato, perché questa visione utilitaristica della modernizzazione urbana non appartiene solo al passato: esisteva ieri e continua a esistere oggi, sebbene in forme più contenute grazie ai vincoli normativi e a una maggiore coscienza pubblica.

È uno scontro ideologico che, in un Paese denso di stratificazioni storiche come il nostro, ha segnato il dibattito tra architettura contemporanea e testimonianze del passato.

Roma tra conservazione e trasformazione

Roma ne è un esempio emblematico: il suo vastissimo centro storico è stato più volte oggetto di interventi nel corso dei secoli.

Basti pensare all’apertura di Via dei Fori Imperiali (ex Via dell’Impero) negli anni Venti e Trenta, che comportò lo sventramento del Quartiere Alessandrino; oppure, alla demolizione, avviata a partire dal 1936, della “Spina di Borgo” per far posto a Via della Conciliazione.

Nel dopoguerra, la tutela del patrimonio architettonico portò a ridefinire il confine tra restauro, conservazione e trasformazione.

Si fece strada, infatti, una più matura consapevolezza del valore storico dei monumenti, non più considerati soltanto come vestigia del passato da esibire, ma come elementi vivi dell’identità collettiva e della memoria civile.

In questo contesto, il dibattito sulla ricostruzione delle città contribuì a fissare criteri nuovi, destinati a incidere a lungo sulle politiche di tutela e sugli interventi urbanistici dei decenni successivi.

Il caso del “Sacco di Palermo”

Non vanno però trascurati gli effetti più gravi della speculazione edilizia, tra cui ricordiamo il “Sacco di Palermo”, ovvero la trasformazione urbanistica incontrollata che colpì il capoluogo siciliano soprattutto tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento. La crescita edilizia, spesso priva di una pianificazione coerente, modificò profondamente il volto della città.

Tra le cause principali vi furono la forte richiesta di nuove abitazioni, un’espansione edilizia rapida e scarsamente controllata, la speculazione immobiliare sostenuta da interessi politici, economici e criminali, e la debole tutela dei vincoli paesaggistici e del patrimonio architettonico esistente.

Il fenomeno portò all’abbattimento di ville storiche, alla riduzione delle aree verdi e alla costruzione di edifici anonimi in zone un tempo pregiate dal punto di vista paesaggistico e architettonico.

Palermo perse così una parte significativa della propria identità urbana, mentre interi quartieri furono trasformati da una cementificazione disordinata.

Oggi il “Sacco di Palermo” è ricordato come uno dei casi più significativi di speculazione edilizia in Italia e come esempio dei danni prodotti da una gestione urbanistica poco trasparente e non orientata alla tutela del territorio.

Torniamo ora alla vicenda del Colosseo.

Vale la pena ripercorrere le parole di Bottazzi: “L’articolista del giornale americano non può considerarsi come l’eccezione a una regola: prima di tutto perché, scrivendo così, egli sa di contare su una parte dell’opinione pubblica la quale sta con lui, qualunque cosa scriva; in secondo luogo, perché in questi due anni di occupazione altri americani, sia pure meno provveduti di lui, hanno mostrato di pensare alla stessa maniera. Essi non amano il passato, anzi ci credono malati di passatismo, quasi dei pazzi malinconici”. Preferiscono il Foro Mussolini al Colosseo … La storia che per noi è la vita del passato, per essi è soltanto uno squallido cimitero…”.

Un precedente storico: Sisto V e la “modernizzazione” di Roma

A ben vedere, però, come osservava anche Bottazzi, l’idea di intervenire drasticamente sul passato non è affatto nuova: già papa Sisto V (1521-1590) promosse demolizioni e spoliazioni nell’antica Roma per aprire nuovi assi viari e ridefinire l’assetto urbano.

Arrivò perfino a immaginare un lanificio all’interno del Colosseo, una fantasticheria che per fortuna non fu mai realizzata.

Sisto V e l’urbanistica del potere

Il suo progetto mirava a dare a Roma una trama più leggibile e funzionale, adatta ai flussi dei pellegrini e alle esigenze della Controriforma. Per farlo, Sisto V e il suo architetto di fiducia, Domenico Fontana, puntarono su un principio semplice e potente: linee rette, punti di riferimento visibili, collegamenti rapidi tra i luoghi di culto.

Emblematico fu l’uso degli obelischi: recuperati, rialzati e “riconsacrati” con la croce in cima, vennero collocati davanti a basiliche strategiche per funzionare come veri segnali urbani. Da quei punti partivano o convergevano rettifili che guidavano lo sguardo e il cammino, trasformando la città in una mappa percorribile anche senza conoscerla.

Richiamare Sisto V serve a ricordare che ogni epoca ha la propria idea di “utile” e di “bello”. L’equilibrio tra ciò che si conserva e ciò che si cambia non è mai neutro: dipende da bisogni concreti, ma anche da visioni del mondo e da forme di potere.

Luigi Lo Presti

 

Immagine del Colosseo generata tramite intelligenza artificiale (Google Gemini)

Potrebbero interessarti anche