Gli scavi nella valle dell’Alcantara, tra Castiglione di Sicilia e Randazzo, restituiscono fornace, strumenti e ceramiche di oltre duemila anni fa. La collaborazione fra istituzioni e impresa privata sostiene la ricerca e la valorizzazione del territorio.
Le antiche testimonianze della presenza umana nella valle dell’Alcantara sono note da secoli, eppure il sottosuolo continua a riservare nuove ed inedite sorprese. In contrada Acquafredda-Imbischi, al confine tra Castiglione di Sicilia e Randazzo, gli archeologi hanno riportato alla luce un laboratorio per la produzione di ceramica, attivo tra il IV e il III secolo a.C., a servizio di un antico e ignoto abitato con i suoi luoghi di culto e la sua necropoli.

La missione è stata condotta da un’equipe multidisciplinare sotto la direzione di Eleonora Pappalardo (Università di Catania, Dipartimento di Scienze della Formazione) e Angela Merendino (Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Catania), con la partnership dell’impresa Firriato e del comune di Castiglione di Sicilia. I risultati sono stati presentati al pubblico nella sala consiliare del comune etneo durante le giornate di studi: “Progetto Akesines. L’archeologia come risorsa territoriale” e nel corso di una conferenza stampa tenutasi nella Sala Multimediale del Museo delle Mirabilia dell’Università di Catania. Un’anticipazione delle scoperte, tuttavia, era stata illustrata alla comunità scientifica con un contributo di E. Pappalardo, A. Merendino e Sebastiano Barresi durante i lavori del V Convegno Internazionale: “La Ceramica in Sicilia dalla Preistoria all’Età Contemporanea”, tenutosi a Catania il 21-23 novembre 2024.
La ripresa dell’indagine archeologica nel 2022, con le nuove interessanti scoperte, si inserisce nel solco di una lunga tradizione di ricerche, dagli scavi (Salinas-Orsi) di fine Ottocento e inizio Novecento nella vicina necropoli di contrada Santa Anastasia (Randazzo), alle campagne promosse dalla Soprintendenza di Catania in contrada Acquafredda nel 1992, 1995 e 2004. In questi ultimi saggi, diretti da Francesco Privitera, erano già emerse alcune strutture di un antico insediamento, fra cui undici vani con un cortile pavimentato in ciottoli fluviali.

Come accennato, gli studiosi stanno focalizzando la loro attenzione soprattutto su un laboratorio per la produzione di ceramica. Al centro dei resti della struttura si trovano le tracce di una fornace circolare, con un sostegno centrale e un breve corridoio per alimentare il fuoco, collegata agli spazi di lavorazione e di deposito. I ritrovamenti hanno permesso di seguire le diverse fasi della produzione: masse d’argilla da lavorare, un raro stampo cilindrico per imprimere decorazioni prima della cottura e distanziatori per sistemare i vasi nella fornace durante la cottura. Anche gli scarti raccontano il lavoro dei vasai, con recipienti deformati o danneggiati da temperature eccessive.
La fornace, gli ambienti di lavoro e i reperti restituiscono uno spaccato della vita sociale ed economica della valle dell’Alcantara; ma a suscitare entusiasmo è soprattutto la possibilità per gli studiosi di riconoscere, insieme ai vasi, i luoghi e parte degli strumenti con cui venivano realizzati.
Con l’argilla si producevano stoviglie da tavola, pentole e contenitori da trasporto, fra cui anfore di tipo greco-italico. Questi materiali offrono indizi sulle attività agricole, sulla conservazione degli alimenti e sui commerci. Il legame con il vino, richiamato nella presentazione pubblica, è una prospettiva di particolare interesse per la valle, ma l’effettivo impiego dei contenitori richiede ancora verifiche sul campo.
Fra i reperti rinvenuti spiccano frammenti di ceramica figurata siceliota, cioè della Sicilia greca, databili soprattutto alla seconda metà del IV secolo a.C. Vi sono coppe a due anse, chiamate skyphoi, e altri vasi decorati, alcuni con caratteri riconducibili alla tradizione stilistica nota come «Gruppo di Lentini-Manfria». Anche questi oggetti potrebbero essere stati realizzati ad Acquafredda, un’ipotesi promettente, ma da approfondire, che aiuterebbe a comprendere la diffusione dei centri di produzione al di fuori delle officine già note (Adrano, Agrigento, Centuripe, Gela, Himera, Lentini, Lipari, Siracusa).

Le analisi presentate in questi giorni aggiungono anche un altro dato significativo. Secondo le conclusioni preliminari, tutti i novanta reperti esaminati risultano compatibili con una produzione locale. Le differenze osservate dipenderebbero soprattutto dalla preparazione degli impasti e dalle tecniche di lavorazione, comprese, in alcuni casi, le temperature di cottura. Lo studio deve, purtroppo, fare i conti con il deterioramento dei reperti. L’aggressività chimica del terreno acido ha contribuito a rendere le argille tenere e friabili e a corrodere le superfici esterne, compromettendo la leggibilità delle decorazioni. Anche i cambiamenti di colore vanno interpretati con cautela. Possono dipendere dalla cottura, dalla composizione dell’argilla o dalla lunga permanenza nel sottosuolo. Per questo la collaborazione fra archeologi e specialisti delle analisi scientifiche, insieme ai rilievi digitali, è essenziale per ricostruire le caratteristiche originarie dei manufatti.
Il progetto “Akesines” mostra il valore dell’investimento pubblico nella ricerca e nella formazione dei giovani ricercatori. Merita apprezzamento anche il contributo delle Cantine Firriato, accanto all’impegno del Comune di Castiglione di Sicilia cui prossimamente si aggiungerà anche il comune di Randazzo. Un passaggio importante della ricerca scientifica, infatti, sarà il confronto sistematico con i reperti della necropoli di Santa Anastasia (Randazzo) in parte conservati nel museo civico archeologico “Paolo Vagliasindi Polizzi”. Affinità nelle forme, nelle decorazioni e negli impasti potranno aiutare a precisare le datazioni e a indagare i possibili rapporti fra laboratorio di Acquafredda, abitato e area funeraria. Alcuni confronti sono già stati proposti dagli studiosi; ampliarli permetterà di collegare i luoghi della produzione agli usi quotidiani e funerari dei vasi, senza dare per certa l’origine dei singoli esemplari.
L’auspicio è che l’entusiasmo per le scoperte sostenga un impegno duraturo. Nuove campagne di scavo, conservazione dei reperti e pubblicazione dei risultati. Il dialogo fra ricerca sul campo e collezioni museali potrà così restituire alla comunità una conoscenza più completa della storia della valle dell’Alcantara.
Gaetano Scarpignato












