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Da Riposto un “ambasciatore” del commercio italiano nel mondo: Giuseppe Monforte

Da Riposto un “ambasciatore” del commercio italiano nel mondo: Giuseppe Monforte

Intervista all’imprenditore nativo della cittadina marinara che, dall’alto dei suoi ruoli alla guida di importanti organizzazioni nazionali ed internazionali, ha aiutato tantissime aziende del nostro Paese a “conquistare” i mercati esteri. Nipote del compianto politico ripostese Ercole Donato, è stato anche sindaco di un Comune del Piemonte

Tra i suoi figli illustri e benemeriti il Comune di Riposto vanta un personaggio che definire “imprenditore” sarebbe riduttivo. E’ Giuseppe Monforte, nato settantasette anni fa nella cittadina del Porto dell’Etna, dove fa periodicamente ritorno (almeno due volte l’anno) malgrado i suoi molteplici impegni internazionali.

Attualmente risiede a Miami, in Florida, dove è alla guida di importanti società, ma scorrendo il suo fitto curriculum apprendiamo di almeno un’altra trentina di prestigiosi incarichi rivestiti da Monforte a partire dal 1963.

L’intraprendente ripostese è stato, tra l’altro, console generale della Repubblica di Honduras per il Piemonte, l’Emilia Romagna e la Val d’Aosta, presidente della Federexport Piemonte, responsabile dei progetti per la formazione di numerosi Consorzi Export brasiliani, membro della task-force del Ministero del Commercio Estero per i Programmi Europei “Phare” e “Tacis”, consulente per diverse istituzioni italiane ed estere di strategie per l’internazionalizzazione, presidente di vari Consorzi Export per Paesi quali l’America, la Federazione Russa, la Cina, la Polonia, la Bulgaria, l’Albania, ecc. Sotto la sua sapiente guida di tali organismi, sono stati firmati in questi anni ben quarantasette accordi di collaborazione internazionale.

Nella sua intensa carriera anche un’esperienza politica in Piemonte, dove dal 1970 al 1980 è stato quasi ininterrottamente sindaco del Comune di San Gillio Torinese.

Abbiamo approfittato della presenza di Giuseppe Monforte nella sua Riposto per conoscerlo meglio e saperne di più sul suo rapporto col luogo natio e sul suo lungo e proficuo impegno sul fronte del miglioramento delle relazioni commerciali tra l’Italia e gli altri Paesi del mondo.

– Dottor Monforte, lei ha vissuto la sua infanzia a Riposto. Che ricordi ha di questo Comune marinaro etneo in cui fa spesso ritorno?

«I miei ricordi sono legati al mare. Dove adesso c’è la “Marina di Riposto” c’era allora un lido balneare dove tenevamo “posteggiato” un canotto con il quale facevo lunghe passeggiate e battute di pesca ai Tre Massi ed a Fondachello. Il mio primo “allontanamento” da Riposto avvenne nel 1945, quando avevo cinque anni, per andare a frequentare a Catania il Collegio “Leonardo da Vinci” gestito dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Ma alla fine dell’anno scolastico prendevo il primo treno e tornavo al mio paese natio, dove mi fermavo sino alla fine di ottobre».

– Come è riuscito a fare per quasi un decennio (tra il 1970 ed il 1980) il sindaco di un Comune del Piemonte (San Gillio Torinese) pur provenendo da tutt’altra parte d’Italia?

«Presso l’Università di Torino avevo frequentato la Scuola di Amministrazione Aziendale, con specializzazione in Finanza e Controllo, e nel 1965 avevo trasferito da Torino a San Gillio la mia azienda produttrice di imballaggi di cartone ondulato. Ho quindi cominciato ad interessarmi delle sorti di questo piccolo centro, allora privo dei servizi essenziali e ricadente in un’area classificata come “zona depressa”. Inizialmente il mio impegno politico non è stato facile in quanto ho dovuto superare l’handicap della non conoscenza del dialetto piemontese, che i miei oppositori in Consiglio Comunale hanno tentato di sfruttare. Ma io ho risolto il problema imponendo l’obbligo di parlare in italiano durante le sedute consiliari. A quei tempi, comunque, integrarsi al Nord Italia per un siciliano come me non era certo cosa facile. Erano gli anni in cui si vedevano i cartelli con su scritto “Non si affitta ai meridionali”. Ed i miei dipendenti erano in massima parte meridionali. Per cui ero io, che già mi ero conquistato una certa stima in quegli ambienti, ad intestarmi i contratti di affitto delle case in cui i miei lavoratori del Sud Italia dovevano andare ad abitare».

Una veduta panoramica di San Gillio Torinese, dove Giuseppe Monforte è stato sindaco per quasi dieci anni

– Lei è nipote del compianto politico ripostese Ercole Donato, trasferitosi anche lui al Nord Italia. Che rapporto ha avuto con questo illustre congiunto?

«Zio Ercole è stato il mio “mentore”, sia per la sua enciclopedica cultura e sia per essermelo trovato affettivamente vicino dopo la perdita di mio padre quando io avevo appena undici anni. Dal 1975 al 1980 è stato anche mio vicesindaco in un periodo molto difficile. Erano i cosiddetti “anni di piombo” delle Brigate Rosse, che avevano il loro quartier generale a Torino, dove io risiedevo e dove, temendo attentati terroristici, facevo ritorno nottetempo dopo le sedute di Consiglio Comunale a San Gillio. Già allora, inoltre, ero impegnato all’estero, e lo zio Ercole, da vicesindaco, mi sostituiva egregiamente nella gestione amministrativa di San Gillio».

– Lei si è prevalentemente occupato di esportazioni commerciali, rivestendo prestigiosissimi incarichi a livello internazionale. Può sintetizzarci questo suo impegno in tal senso ed i benefici che da esso ha ricevuto l’economia italiana?

«Diciamo in breve che mi sono occupato di promozione dell’export, portando all’estero più di diecimila imprese italiane, in massima parte piccole e medie, lasciando loro la più completa libertà sui Paesi in cui proporsi e sui prodotti da esportare. E queste imprese, fatturando all’estero per oltre il 50%, hanno resistito alla crisi di questi anni, incrementando in parecchi casi il loro fatturato».

– Delle tantissime cose che ha fatto in vita sua, quale è quella di cui va più fiero?

«Sicuramente la grande opportunità di far conoscere l’Honduras, Paese che ho rappresentato dal 1974 al 1985 in qualità di Console Generale per le regioni Piemonte, Emilia Romagna e Val d’Aosta. Mi sono in particolare battuto per promuovere il turismo verso quel Paese (dove, non a caso, è stato ambientato per tanti anni il popolare programma televisivo “L’Isola dei Famosi”), per una maggior conoscenza del suo artigianato artistico, per la diffusione del pregiato caffè  Arabica, ma soprattutto, attraverso la locale Junior Chamber International (della cui branch italiana ero all’epoca vicepresidente), ho contribuito a realizzare in Honduras molte opere sociali e di pubblica utilità, come scuole e strade».

– Come ha ritrovato oggi la “sua” Riposto e cosa si augura per il futuro di questa comunità, cui lei è rimasto profondamente legato?

«E’ chiaro che in oltre sessant’anni la “mia” Riposto è notevolmente cambiata, anche se non sempre in meglio. Dal punto di vista sociale l’ho trovata invecchiata, con carenze nel decoro urbano, con una importante realtà quale il porto “Marina di Riposto” che tanto lustro potrebbe dare alla città ma che non mi sembra ne dia se non alla sola sua proprietà, con tanti pregevoli edifici o in vendita o abbandonati a se stessi e con tanta disillusione relativamente al futuro più immediato».

– Riposto ed il limitrofo Comune di Giarre erano, sino a pochi anni fa, punti di riferimento commerciali per una vasta area territoriale. Oggi, come si evince dai tanti negozi che hanno cessato l’attività, anche loro fanno i conti con la generalizzata crisi economica. Dall’alto della sua consolidata esperienza nel campo del marketing può suggerirci qualche “ricetta” per risollevarne le sorti finanziarie?

«La sensazione che si prova “a pelle” è di un territorio che ha perso la propria identità. Riposto, in particolare, era una fiorente città turistica e deve ritornare ad esser tale convincendo tutti i suoi attori economici che il turismo bisogna “farlo arrivare” con una forte e costante promozione e facendogli trovare una città decorosamente arredata e dotata di tutti i servizi utili a “far restare” il turista ed a farlo “spendere” negli esercizi commerciali locali. Riposto, inoltre, non deve rappresentare un luogo “di passaggio”, bensì una meta che il turista sceglie preventivamente quando programma la sua vacanza. Per quanto concerne il lavoro, si mostrerebbe utile uno “Sportello” che orienti ed aiuti nella fase di start-up tutti coloro i quali, specie i giovani, desiderano intraprendere un’attività economica o professionale. Occorre inoltre sostenere i piccoli imprenditori locali, soprattutto agricoli, nell’incrementare le rispettive attività e nell’esportare i loro prodotti. Il mio auspicio è che questi “consigli” vengano presi in considerazione da quei miei concittadini che, tra qualche mese, si candideranno ad amministrare Riposto per il prossimo quinquennio».

– Oltre che Riposto, probabilmente è un po’ tutta la Sicilia che dovrebbe recepire i suoi saggi “consigli”…

«Me lo auguro. Riposto, in effetti, riflette il triste andazzo di tutta una regione dalle immense potenzialità purtroppo non sfruttate. Basti pensare che in Italia vengono ogni anno in vacanza un milione di cinesi, mentre la Sicilia, malgrado le sue indiscusse attrattive, riesce ad intercettarne appena diecimila. Sappiate inoltre che del tanto “sbandierato” G7 a Taormina dello scorso anno, considerato un evento in grado di promuovere a livello mondiale l’immagine della nostra isola, i mass media americani non si sono minimamente occupati. Ciò significa che la Sicilia, malgrado gli uffici stampa e le campagne promozionali organizzati per l’occasione, non è stata capace di beneficiare di tale ghiotta opportunità. Sta di fatto che la Sicilia ha realmente tutti i requisiti per essere, come si suol spesso dire, la “Florida d’Europa”. E se ve lo dice uno che in Florida ci vive, potete veramente crederci…».

Rodolfo Amodeo

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