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Ventisette, il numero “maledetto” del Rock: un’indagine di Roberto La Paglia

Ventisette, il numero “maledetto” del Rock: un’indagine di Roberto La Paglia

Il poliedrico intellettuale ed artista di Catania ha condotto uno studio sui tanti casi di cantanti e musicisti di fama mondiale che, specie tra gli Anni Sessanta e Settanta, sono tutti prematuramente deceduti a quella particolare età. Sino ad oggi ciò è stato considerato uno “scherzo” del caso, ma in realtà potrebbero esserci state delle “regie occulte”

Il numero 27 è solitamente associato, almeno in Italia, a quel tanto atteso ed “amato” giorno del mese in cui i pubblici dipendenti percepiscono il loro stipendio. Ma nel mondo dello spettacolo esso ha finito con l’assumere un significato nefasto, un po’ come quello della precedente decina, ossia lo “sciagurato” 17. Questo perché 27 è il numero indicante l’età in cui negli ultimi decenni sono prematuramente venuti a mancare diversi cantanti e musicisti di fama internazionale, tra cui Jim Morrison, Janis Joplin, Kurt Kobain, Jimi Hendrix ed Amy Winehouse, tutti per l’appunto accomunati dall’essere deceduti appena ventisettenni, nel pieno del loro fulgore artistico.

Come siamo soliti fare per etichettare con slogan sintetici e “ad effetto” fenomeni e tendenze, i giornalisti abbiamo al riguardo coniato l’espressione “Club 27”, senza tuttavia dar corso ad un’analisi seria ed approfondita delle reali cause di questi decessi illustri. A sopperire a tale carenza ci ha pensato il poliedrico intellettuale ed artista catanese Roberto La Paglia, il quale nelle oltre duecento pagine del suo recente volume “Club 27 – The Final Investigation” (Enigma Edizioni) analizza lucidamente tutti questi luttuosi eventi che hanno turbato il mondo del Rock e che, al di là della casuale e “suggestiva” ricorrenza di un determinato numero, potrebbero in realtà celare degli “omicidi eccellenti”.

Per saperne di più abbiamo rivolto all’autore di questa interessante ed originale indagine alcune domande in merito.

– Caro La Paglia, lei ha all’attivo numerose pubblicazioni di vario genere, molte delle quali incentrate sui misteri intriganti dell’umanità. In questo caso il “mistero” arriva ad insinuarsi anche nell’apparentemente “leggero” universo delle sette note…

«Chi mi conosce, sa del mio grande interesse per il mondo della musica, che considero non soltanto un veicolo di emozioni e pensieri, ma anche l’unico linguaggio in grado di unire veramente i popoli al di là delle religioni, delle ideologie e del colore della pelle. Proprio quel linguaggio usato dai compianti “membri” di questo “Club 27”, ossia artisti che hanno gridato al mondo la loro voglia di pace e di libertà, pagando in alcuni casi un prezzo altissimo».

– Lei quindi afferma che col cosiddetto “Club 27” non si è in presenza di morti accidentali, bensì di veri e propri delitti?

«Non esattamente. Sostengo semplicemente che l’unico modo per nascondere un bottone è quello di mischiarlo ad altri bottoni. Ho studiato a lungo i singoli casi di questo “Club 27” e, soprattutto, lo scenario in cui si muovevano le varie vittime. Ho quindi notato la presenza di diverse costanti all’interno di un periodo storico ben preciso, oltre che fattori esterni che dovrebbero destare forti sospetti».

– Potrebbe essere più esplicito?

«Certamente. E’ stato forse un caso che i familiari di Morrison, Hendrix, Cobain, Joplin ed altri ancora fossero in qualche modo collegati ad ambienti militari? Come si spiega il fatto che la lettera d’addio lasciata da Kurt Cobain appare visibilmente scritta da due mani diverse? E fino a che punto si spinsero i servizi segreti nelle loro indagini su Jimi Hendrix? La laconica formula “morte per overdose” corrispondeva sempre alla verità oppure rappresentava la soluzione più “comoda” visti i precedenti della vittima? Questi sono soltanto alcuni dei tanti interrogativi che emergono dalla mia ricerca».

– Rimangono dei dubbi o si può giungere a delle conclusioni?

«Penso che gli Anni Sessanta e Settanta, in cui si sono verificate gran parte di queste morti “misteriose”, furono abbastanza strani e complessi. Da essi si alzarono di certo un grido di speranza e la voglia di un mondo fondato su assetti nuovi, ma non si può certo dire che non ci fosse “qualcuno” che dall’esterno osservava e pilotava gli eventi».

Rodolfo Amodeo

 

FOTO: da sinistra Roberto La Paglia, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison

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