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I tanti volti del Santo Natale nella poetica “valigia” di Paolo Sessa

I tanti volti del Santo Natale nella poetica “valigia” di Paolo Sessa

L’intellettuale di Milo ha presentato in diversi Comuni etnei la sua raccolta di liriche in dialetto siciliano sulla festa più bella dell’anno vista con l’occhio critico e smaliziato dell’uomo contemporaneo. L’autore ha inserito nel volume anche le sue traduzioni nel nostro vernacolo dei versi che illustri letterati hanno dedicato alla Natività

In provincia di Catania, un “mattatore” di questo Natale 2017 è stato sicuramente Paolo Sessa (nella foto), docente in pensione di Lingue e Letterature nei licei, autore di numerose pubblicazioni nonché ex sindaco del Comune di Milo. In queste settimane, infatti, diversi centri etnei (Linguaglossa, Mascali, Sant’Alfio, ecc.) hanno ospitato la presentazione del suo ultimo libro “Nta Valigia di Natali”, godibilissima raccolta di poesie sulla ricorrenza più sentita dell’anno, che l’autore ha articolato in due parti: la prima contenente  undici sue liriche in vernacolo siciliano e la seconda le traduzioni nel nostro dialetto dei versi che illustri letterati (Neruda, Rostand, Quasimodo, Garcia Lorca, Ungaretti, ecc.) hanno dedicato alla Natività.

A parte la sempre affascinante “Notte Santa”, protagonista del volume (edito da “Giuseppe Maimone”) è il dialetto siciliano, che in questa sua ultima fatica letteraria Paolo Sessa valorizza al meglio infarcendo il suo originale racconto della venuta al mondo del Bambinello di espressioni e modi di dire tipici della nostra isola.

Ed il grande evento della cristianità viene dall’autore argutamente attualizzato con riferimento alle problematiche dell’uomo contemporaneo (l’immigrazione, le cosiddette “nuove povertà”, le difficoltà della gente nel dover pagare i tributi imposti dallo Stato, ecc.), per la risoluzione delle quali il Natale costituisce ogni anno una fonte di aspettative e speranze, quasi mai, purtroppo, soddisfatte.

Eloquenti, al riguardo, i versi di “No nnasciri”, intensa preghiera laica attraverso la quale, tra ironia e crudo realismo, Paolo Sessa esorta il Figlio di Dio a “sospendere” per qualche tempo la sua annuale venuta al mondo, visto che, malgrado gli auguri ed i buoni propositi espressi tra Natale e Capodanno, l’umanità continua a comportarsi sistematicamente in malo modo.

Per quanto concerne la “valigia” che dà il titolo al suo volume, Paolo Sessa spiega che «in questo particolare contenitore usato per viaggiare venivano, almeno una volta, ammassati e racchiusi contenuti spesso contraddittori l’un con l’altro, così come il Natale, una festa in cui il goloso aspira ad un pranzo succulento, il senzatetto ad un po’ di calore domestico, il bambino a ricevere regali, il commerciante a realizzare qualche guadagno in più, ecc. Il Natale è, pertanto, la festa di tutti, ma ognuno la festeggia a modo proprio e con la propria sensibilità, il proprio vissuto, le proprie esperienze attuali ed i propri “auguri”, che non sempre collimano con quelli del nostro prossimo».

Ma, al di là dell’aspetto contenutistico, scrivevamo prima che questa recente opera di Paolo Sessa si mostra particolarmente interessante anche sotto il profilo linguistico: tanti i termini tipicamente siciliani e le espressioni vernacolari utilizzati dall’intellettuale di Milo (ma originario della cittadina siracusana di Avola) nei suoi componimenti natalizi al fine di valorizzare e trasmettere alle nuove generazioni un dialetto che, come ha autorevolmente ammesso di recente l’Unesco, ha dignita di “lingua”.

Il professore Sessa è stato anche abile, a margine di ogni poesia contenuta in “Nta Valigia di Natali”, nel tradurre in lingua italiana i suoi versi in vernacolo siciliano affinché possano essere compresi pure dai lettori di altre parti d’Italia nonché dai nostri giovani conterranei che, come testualmente scrive l’autore nell’introduzione, «non hanno avuto la ventura di “succhiare” il dialetto siciliano dal seno delle loro madri». Queste traduzioni, infatti, rispecchiano, nei limiti del possibile, la metrica originaria, restituendone quasi la stessa musicalità.

Rodolfo Amodeo

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