Il 2 e 3 giugno 1946 l’Italia fu chiamata a scegliere, attraverso il referendum istituzionale, tra monarchia e repubblica: da quella consultazione nacque la Repubblica Italiana.
Fu un passaggio storico decisivo: per la prima volta le donne parteciparono a una consultazione politica nazionale, segnando l’avvio del suffragio universale, dopo aver già votato alle elezioni amministrative del marzo 1946.
Nelle stesse giornate furono eletti anche i membri dell’Assemblea costituente, incaricata di redigere la nuova Costituzione. L’affluenza fu altissima, pari all’89,08% degli aventi diritto, e la Repubblica prevalse con il 54,27% dei voti contro il 45,73% ottenuto dalla monarchia.
I risultati provvisori e il clima di tensione
Il 10 giugno, presso la Sala della Lupa di Montecitorio, il presidente della Corte di Cassazione, Giuseppe Pagano, comunicò i risultati provvisori del referendum: 12.672.767 voti per la repubblica e 10.688.905 per la monarchia (fonte: quotidiano “Avanti” dell’11 giugno 1946).
Precisò però che la Corte avrebbe pronunciato in una successiva adunanza il giudizio definitivo, dopo aver esaminato contestazioni, proteste e reclami e aver integrato i dati delle 118 sezioni ancora mancanti, di cui 78 nel settentrione e 40 nel meridione.
Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica avvenne in un clima teso, segnato da contestazioni sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, polemiche sulla stampa, ricorsi e reclami.
La lettura dei quotidiani dell’epoca rende evidente la tensione e l’ansia con cui i sostenitori della Repubblica seguirono l’esito del referendum.
A conferma di questo clima, sulle pagine dell’“Avanti” comparve l’articolo “L’ho vista nascere” di Mino Caudana (1905-1974): “Il primo risultato elettorale giunse lunedì scorso in redazione verso le diciotto, per telefono, da una sezione in via Campania. Accordava 234 voti alla Repubblica e 507 alla Monarchia. «Brutto segno», brontolò un collega superstizioso…; «È un quartiere di signori», protestò un altro: «Contesse, profittatori di guerra, colonnelli dannunziani»”.
Lo stesso giornale del partito socialista riportava: “NOSTALGIE MONARCHICHE DEI GENERALI SENZA ESERCITO” – L’insurrezione armata del Mezzogiorno doveva effettuarsi la notte del 6 giugno – Una riunione segreta presieduta dal maresciallo Messe – Sette compagnie armatissime attendono l’ora X – Finocchiaro Aprile a Napoli per studiare la separazione dall’Italia meridionale – Manifestazioni violente si concludono con un morto e due feriti”.
Il divario territoriale nel voto
Va ricordato che nel Mezzogiorno prevalse la scelta monarchica, mentre in gran parte del Centro-Nord si affermò la Repubblica. Questo divario territoriale mise in luce un Paese ancora profondamente segnato da differenze politiche, sociali e culturali, che il referendum rese particolarmente evidenti.
L’esito della consultazione non rappresentò quindi solo una scelta istituzionale, ma rivelò anche la presenza di orientamenti diversi tra le varie aree della penisola.
Dalla proclamazione provvisoria alla conferma definitiva
Il 13 giugno 1946, in seguito alla proclamazione provvisoria dei risultati del referendum, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato, come previsto dall’art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98.
Il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò in via definitiva i risultati del referendum istituzionale, confermando ufficialmente la vittoria della Repubblica.
La Repubblica Italiana oggi, a 80 anni dalla nascita
A ottant’anni dal referendum del 2 giugno 1946, la Repubblica Italiana si conferma una democrazia fondata su istituzioni stabili e sui principi della Costituzione, ancora oggi cardine della vita pubblica del Paese. L’anniversario del 2026 non rappresenta solo una ricorrenza storica di grande rilievo, ma offre anche l’occasione per riflettere sul valore civile e politico di quella scelta, compiuta nel dopoguerra e decisiva per l’avvio di una nuova fase della storia nazionale.
Le celebrazioni per l’ottantesimo anniversario, promosse in ambito istituzionale e civile, richiamano soprattutto la memoria delle origini repubblicane, del lavoro dell’Assemblea costituente e del primo pieno esercizio del suffragio universale, segnato anche dalla partecipazione delle donne alla vita politica nazionale.
In questa prospettiva, i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà non assumono un significato soltanto celebrativo, ma restano il fondamento concreto del patto democratico e il criterio dell’impegno richiesto a istituzioni e cittadini.
Per questo il valore della Repubblica non coincide soltanto con la continuità delle sue istituzioni, ma si misura nella capacità di rendere attuali i principi che ne hanno accompagnato la nascita: la tutela della dignità della persona, la partecipazione democratica, la coesione sociale e la responsabilità verso il bene comune.
Luigi Lo Presti






