I brogli elettorali di fine Ottocento nel collegio elettorale Catania 2 (Acireale, Giarre, Randazzo, Castiglione) -
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I brogli elettorali di fine Ottocento nel collegio elettorale Catania 2 (Acireale, Giarre, Randazzo, Castiglione)

I brogli elettorali di fine Ottocento nel collegio elettorale Catania 2 (Acireale, Giarre, Randazzo, Castiglione)

A fine Ottocento il collegio elettorale del versante nord orientale di Catania fu al centro di scandali che richiamarono l’attenzione nazionale e dipinsero vaste aree, in particolare Giarre, come zone di corruzione e inganno.

La vicenda iniziò nel 1883 con la mancata proclamazione degli eletti nel 2° collegio di Catania, che comprendeva i comuni dalla costa fino a Bronte: alcuni presidenti di sezione si recarono ad Acireale per il conteggio e la proclamazione, altri invece non si presentarono o giunsero in ritardo; plichi con i verbali furono inviati al Prefetto o al Ministero dell’Interno invece che al presidente della prima sezione, come prevedeva la legge, e di alcune sezioni si ignorava persino ufficiosamente il risultato. Questi fatti, nati da una accanita contesa elettorale, generarono un esteso contenzioso politico e amministrativo che arrivò a infiammare il dibattito parlamentare, con vivaci scambi fra l’on. Romeo, Crispi e Depretis; la questione si risolse solo circa un anno e mezzo dopo con l’annullamento dell’elezione.

Due anni dopo, nel 1889, a Linguaglossa si procedette alla cancellazione della maggior parte degli iscritti dalle liste elettorali, con ricorsi e controricorsi che alimentarono sospetti e risentimenti locali.

Ma il punto più alto dello scandalo fu raggiunto nelle elezioni per la Camera del 23 novembre 1890 e della successiva tornata del 5 luglio 1891. La ricostruzione, resa nota successivamente con minuziosa dovizia di particolari, raccontò come alle urne del 23 novembre 1890 si erano distinti, nel 2° collegio, il barone Paolo Nicolosi, il cav. Michele Grassi Pasini di Acireale e il cav. Lucio Quattrocchi di Giarre, mentre furono sconfitti l’avv. Paolo Castorina e il cav. Paolo Vagliasindi. La giunta parlamentare incaricata della verifica dei dati dichiarò l’elezione contestata e, dopo audizioni e l’istituzione di un comitato inquirente, propose e ottenne l’annullamento delle elezioni di Grassi Pasini e Quattrocchi all’unanimità e, a maggioranza, anche quella del Nicolosi.

Le ricostruzioni storiche sostennero che le frodi fossero diffuse, ma individuarono in Randazzo e Castiglione come luoghi dove «s’imbrogliò peggio e prima», mentre la realtà procedurale dell’intera zona appariva sul momento più o meno regolare; la notizia delle alterazioni a favore di Castorina e Vagliasindi in quei due centri scatenò però una reazione a catena: quasi tutti i presidenti, non avendo fiducia nelle istituzioni e nella magistratura, modificarono fraudolentemente a loro volta le cifre per ripristinare i vantaggi che ritenevano naturali. La giunta parlamentare negò quindi la convalida ai primi tre eletti e rifiutò di riconoscere anche coloro che avevano raccolto il maggior numero di voti dopo i proclamati, spiegando che le sezioni di Randazzo e Castiglione — dove Castorina e Vagliasindi risultavano prevalere senza neppure un voto contrario — presentavano profili di inverosimiglianza paragonabili a quelli di Acireale e Giarre. Fu messo in luce, inoltre, che la partecipazione media ai seggi nella zona si aggirava intorno al 32%, percentuale che sarebbe dovuta decrescere nei comuni montani; invece quei due centri sommavano quasi 4.000 voti in più, innalzando in modo sospetto i tassi di affluenza.

La Camera nominò un comitato inquirente che ascoltò circa 200 testimoni, mentre l’on. Cavallotti denunciò in Aula l’inattendibilità di molte sezioni e chiese il rinvio degli atti al potere giudiziario.

La tornata elettorale ripetuta il 5 luglio 1891 fu a sua volta sottoposta a verifica dalla Giunta delle elezioni, che ripercorse la dura contrapposizione fra le fazioni locali: da una parte Grassi-Pasini e Quattrocchi, forti dei consensi ad Acireale e Giarre; dall’altra Vagliasindi e Castorina, solidi nelle roccaforti montane di Randazzo e Castiglione. Nonostante il responso popolare apparisse largamente favorevole a Vagliasindi e Castorina, l’Assemblea dei presidenti si era arbitrariamente attribuita il diritto di proclamare eletti i primi due insieme al Nicolosi, compiendo quello che la Giunta definì un manifesto eccesso di potere. Per ristabilire ordine e garantire la rappresentanza, la Camera proclamò allora deputati Vagliasindi e Castorina, pur lasciando aperta la contestazione sulla validità del voto a causa delle gravi accuse di frode.

I perdenti avevano denunciato l’esistenza di liste palesemente gonfiate, l’uso di stampini per far votare analfabeti e la manipolazione successiva dei verbali; a sostegno di queste accuse venivano richiamati elementi emersi nella precedente inchiesta dell’on. Tittoni. Il relatore Massabò tuttavia smontò gran parte delle contestazioni, ritenendole prive di prove decisive, e sottolineò come l’abitudine all’ingrossamento delle liste fosse diffusa anche nelle roccaforti degli accusatori, ad Acireale e Giarre. I dati effettivi mostrarono un calo netto dell’affluenza rispetto al passato, mentre un certificato del sottoprefetto attestò la ricezione tempestiva dei documenti di Castiglione e Randazzo dopo la chiusura dei seggi. La Giunta contestò inoltre i ricalcoli matematici proposti dalla difesa, giudicandoli assurdi perché fondati sulla presunta validità dei verbali di Giarre, la cui attendibilità — dopo che il Prefetto di Catania Cavasola aveva denunciato i presidenti di sezione per aver trattenuto i verbali per giorni — appariva moralmente compromessa e sotto inchiesta con possibili conseguenze penali.

Di fronte alla sproporzione dei voti a favore degli eletti e per evitare di lasciare il collegio privo di rappresentanza, l’aula approvò a maggioranza le conclusioni della Giunta: vennero convalidate definitivamente le elezioni di Paolo Vagliasindi e dell’avv. Paolo Castorina, che immediatamente prestò giuramento in Camera. Fu un epilogo che lasciò però dietro di sé ombre e sospetti, una ferita nella fiducia civica e la memoria di una stagione in cui la democrazia parve oscillare fra la regola e la sotterranea regia di interessi che si muovevano dietro i verbali alterati, le liste ingrossate e i conteggi contestati.

Era così evidente quanto fosse diffuso e sistematico l’uso di mezzi illegali per alterare i risultati elettorali su tutto il territorio che, nell’elezione di novembre 1890, furono presentati reclami da alcuni elettori domiciliati a Giarre e Acireale ma iscritti nelle liste elettorali di Randazzo; essi risultavano aver espresso il voto pur non essendosi mai allontanati dalla loro dimora. Per impedire qualsiasi verifica da parte dell’autorità giudiziaria, le liste vennero distrutte e il segretario comunale di Randazzo, che avrebbe dovuto custodirle, finì sotto processo per la sottrazione di quei documenti. Nella tornata del 1891 i sostenitori di Vagliasindi misero in atto un meccanismo diverso: riunirono immediatamente la giunta comunale e deliberarono la restituzione delle liste di riscontro ai singoli presidenti di sezione. Così, quando il giudice cercò di sequestrarle, venne esibita la delibera di giunta; chiamati i presidenti, si dichiararono rammaricati di non poter soddisfare la richiesta del magistrato perché nessuno di loro le aveva più: una era stata stracciata dai bambini, un’altra era servita per avvolgere carne e verdure, e così via.

I collegi elettorali in Sicilia cambiarono fisionomia parecchie volte, quello di Giarre visse due vite nel Regno d’Italia: una prima dal 1861 al 1882 e una seconda, dopo un breve riassorbimento nel Collegio Catania II di cui abbiamo parlato qui sopra, dal 1892 al 1913. In quelle stagioni politiche, segnate da tensioni e scontri perfino fisici, ogni tornata era teatro di contestazioni e sospetti.

Già nella tornata del 19 dicembre 1870, la Camera dei Deputati si trovò a dover ratificare la complessa elezione del collegio di Giarre del cavaliere Vincenzo Cordova, un voto immediatamente travolto dalle accuse di carenze logistiche e scarsa sorveglianza. In quell’occasione non mancarono le contestazioni formali: dall’elettore Isidoro Accetta, che propose invano l’introduzione di un timbro a inchiostro per blindare le schede dalle frodi , alle denunce di Sebastiano Fichera sulla presenza nei seggi di persone estranee e sulla disposizione sospetta dei tavoli di voto. Nonostante i dubbi legati anche al ruolo di sottoprefetto ricoperto da Cordova fino a tre giorni prima del voto (sospetti fugati dal Ministero che lo aveva sospeso dalle sue funzioni nei modi e nei tempi di legge), la Giunta convalidò il seggio, limitandosi ad auspicare una futura riforma per impedire ai funzionari pubblici di candidarsi nei territori di loro giurisdizione.

I fumi del sospetto del 1870 impallidiscono però di fronte a quello che può essere definito il caso più clamoroso del collegio, esploso nella tornata del 1897. In un clima da “film western”, la vittoria di Onofrio Perrotta Fiamingo sull’uscente Paolo Castorina portò a un’inchiesta parlamentare che svelò una rete capillare di abusi inimmaginabili. Con la complicità del delegato di pubblica sicurezza Matteo Feoli, le forze dell’ordine arrivarono a consentire il voto ai condannati, a sospendere carcerazioni in cambio di preferenze e a minacciare commercianti e farmacisti di revoca delle licenze. Il giorno del voto, un cordone militare munito di baionette presidiò i seggi per far accedere solo gli elettori “graditi”, mentre di notte i soldati videro i membri dell’ufficio elettorale infilare schede nelle urne direttamente dalle proprie tasche.

Sebbene lo scandalo avesse spinto la Camera ad annullare l’elezione all’unanimità e la magistratura a rinviare a giudizio i funzionari coinvolti per corruzione e falsificazione, il sistema politico dimostrò una formidabile capacità di autoassoluzione. Il 27 marzo 1898, nelle elezioni suppletive convocate proprio per rimediare ai brogli, Onofrio Perrotta Fiamingo si ripresentò alle urne e riconquistò con facilità il seggio di Giarre, suggellando una delle pagine più inquietanti di consenso forzato e impunità dell’epoca. Di quest’ultimo episodio ne parleremo diffusamente in un prossimo articolo.

Mario C. Cavallaro

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