Oggi siamo ecologisti… da strapazzo! Vengono prodotti elettrodomestici e lampadine a bassissimo consumo energetico per limitare lo spreco di risorse naturali e ridurre l’inquinamento dell’aria. Prestiamo particolare attenzione all’ambiente, e le norme di legge tutelano parchi, fiumi e mari per contrastare la dissennatezza dell’uomo e il consumismo sfrenato. Eppure, riflettendo sulla storia, ci accorgiamo che un tempo l’uomo non aveva bisogno di “fare” l’ambientalista per legge: era ambientalista semplicemente per necessità, perché la sopravvivenza stessa dipendeva dal rispetto delle risorse disponibili.
Quando i nostri nonni andavano nella pescheria di Riposto per comprare il pesce, dovevano portarsi da casa la carta per avvolgerlo durante il trasporto. Era una pratica naturale, frutto di una cultura del rispetto e dell’economia (anche della povertà). Si racconta che un giorno un facoltoso commerciante di vino, recatosi in pescheria, non trovandosi a portata di mano alcun foglio di carta, fece avvolgere il pesce in una banconota da cento lire (grande quanto un lenzuolo). Oggi il pescivendolo (“u raitteri”) avvolge il pesce in un foglio di carta paglia che poi pesa insieme al pesce, facendo aumentare considerevolmente il suo guadagno; mentre poi, arrivati a casa, immediatamente cestiniamo quel foglio nauseabondo. La differenza è evidente e significativa: allora il riuso era spontaneo, parte di una visione del mondo; oggi è quasi una costrizione normativa, una risposta a leggi e direttive che ci obbligano a comportarci responsabilmente. Viene da chiedersi: perché abbiamo bisogno di leggi per fare ciò che i nostri antenati facevano naturalmente?
Quando si andava a comprare le uova, la massaia riciclava gli stessi contenitori ormai logori dal ripetuto uso, trasformando la necessità in una forma di intelligenza domestica. Allo stesso modo, il vino o le granaglie si versavano negli stessi recipienti fino a quando non si rompevano – e duravano anni, persino decenni, perché le cose di un tempo erano costruite per durare, progettate da artigiani che mettevano solidità e longevità al centro del loro lavoro. Gli oggetti venivano riparati più e più volte, mai buttati via: c’era un maestro artigiano per ogni cosa, dal calzolaio al falegname, dal fabbro al tappezziere. La parola “consumismo” non era neppure presente nel vocabolario dei nostri avi, e se lo fosse stata, avrebbe suonato come un insulto, un’accusa di dissolutezza. Questa pratica non era una scelta consapevole dettata da ideologie ecologiste, ma una conseguenza naturale della scarsità di risorse: il riuso era l’unica strada possibile, e da essa scaturiva una saggezza che oggi faremmo bene a riscoprire.
Si raccoglieva la legna per arderla nel forno o in cucina, e si tagliava (“metiri”) l’erba per darla ai vitelli allevati in soccida. Nulla veniva sprecato: ogni parte della natura aveva il suo utilizzo, ogni risorsa aveva il suo valore. Di conseguenza, le strade e le campagne restavano sempre pulitissime, non per disposizione statale. Oggi, invece, siamo consumisti-ambientalisti, divisi tra il desiderio irrefrenabile di possedere di tutto e di più e il senso di colpa ecologico che ci assale quando gettiamo un rifiuto. Siamo intrappolati in una contraddizione: compriamo prodotti “eco-friendly” confezionati dentro involucri di plastica, guidiamo auto energivore, i nostri armadi traboccano di vestiti mai indossati, ci sentiamo virtuosi per aver riciclato una bottiglia mentre il nostro stile di vita rimane profondamente insostenibile.
Un tempo, la scarsità di mezzi e di risorse imponeva il “riuso” – un termine oggi tanto in voga tra gli ambientalisti, quasi fosse una scoperta contemporanea – non come una moda passeggera, ma come una necessità quotidiana, una pratica radicata nella mentalità collettiva.
Anche i pubblici amministratori, agendo come buon padre di famiglia, utilizzavano con parsimonia le risorse disponibili, trasformando ogni opportunità in un vantaggio collettivo. Quella era una forma di amministrazione consapevole, dove il bene comune non era solo una retorica ma una pratica concreta.
Con delibera della Giunta municipale di Giarre del 2 aprile 1910, gli amministratori, saggiamente, deliberarono di vendere l’erba che cresceva rigogliosa nel cimitero per “farne oggetto di un introito a favore del Comune”. L’erba fu venduta al “custode del cimitero predetto, per il pagamento della somma di lire 35, in compenso dell’erba predetta”. In pratica, presero due piccioni con una fava: fecero pulire il cimitero ricavandone un guadagno economico, dimostrando, anche se in modo inconsapevole, che sostenibilità e profitto non erano concetti in conflitto, ma potevano andare di pari passo. Ovviamente, il custode avrebbe poi rivenduto l’erba agli allevatori di bestiame oppure l’avrebbe utilizzata per l’ingrasso dei suoi animali. Era un circolo virtuoso dove nulla andava perduto, dove ogni risorsa trovava il suo sbocco naturale, alimentando un’economia locale che manteneva il denaro e il valore all’interno della comunità.
Nella stessa seduta del 2 aprile 1910, gli amministratori giarresi deliberarono di vendere dei fanali dell’illuminazione pubblica che si erano rotti “a seguito dell’alluvione del 17-18 novembre 1908 […] i quali si trovano depositati in un magazzino adiacente a questa Casa comunale e sono inservibili del tutto, costituendo così un inutile ingombro”. Il comune ne ricavò “una somma non inferiore alle lire venti”.
Anche in questo caso gli amministratori raggiunsero un duplice scopo: sgomberare il magazzino ottenendone un guadagno economico; liberare spazio generando risorse allo stesso tempo. Non conosciamo il nome dell’acquirente, ma sicuramente sarà stato uno tra i tanti maestri artigiani di Giarre che, dopo averli riparati con competenza e dedizione, li avrà posti in vendita – e chissà se forse li avrà ricomprati, come nuovi, lo stesso comune nella tipica economia circolare di quel tempo. Il denaro restava nel territorio e non prendeva il volo verso le casse delle multinazionali odierne, alimentando invece una rete di artigiani, commercianti e amministratori che condividevano lo stesso ecosistema economico.
Quella era vera sostenibilità: non una norma imposta dall’alto, non una moda dettata da influencer o da campagne di marketing, ma una pratica consapevole nata dalla saggezza, dalla lungimiranza e dalla necessità di preservare quel poco che si possedeva.
Forse è tempo di riscoprire quella lezione dimenticata.
Mario C. Cavallaro









