Allarme cinghiali nella Valle dell'Alcantara, Scuderi: «Serve una gestione coordinata» -
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Allarme cinghiali nella Valle dell’Alcantara, Scuderi: «Serve una gestione coordinata»

Allarme cinghiali nella Valle dell’Alcantara, Scuderi: «Serve una gestione coordinata»

È allarme cinghiali in tutta la Valle dell’Alcantara, dove la presenza sempre più diffusa degli ungulati sta creando forte preoccupazione tra amministratori locali, agricoltori e residenti.

A lanciarlo è Angelo Scuderi, assessore al territorio e ambiente del Comune di Moio Alcantara, laureato in scienze forestali, tecnico faunistico, proprietario di un’azienda agricola, che conosce da vicino sia gli aspetti ambientali sia le ricadute economiche del fenomeno.

Scuderi non usa mezzi termini: a suo giudizio si tratta di un problema sottovalutato e non affrontato in maniera adeguata sotto il profilo tecnico-scientifico, nonostante da tempo se ne registrino gli effetti sul territorio.

La proliferazione dei cinghiali, infatti, non riguarda soltanto le aree boschive o marginali, ma interessa ormai anche terreni coltivati, strade rurali e zone vicine ai centri abitati. I danni alle colture rappresentano una delle emergenze più evidenti: vigneti, orti, frutteti e seminativi possono essere compromessi nel giro di poche ore, con perdite economiche pesanti per aziende agricole già provate dall’aumento dei costi di produzione, dalla siccità e dalle difficoltà di mercato.

A ciò si aggiunge il rischio per la sicurezza stradale, soprattutto nelle ore serali e notturne, quando gli animali attraversano improvvisamente le carreggiate provocando incidenti o situazioni di grave pericolo.

Secondo Scuderi, la questione non può essere liquidata come una semplice emergenza episodica, ma deve essere affrontata con una strategia organica, basata su monitoraggi seri, dati aggiornati e interventi coordinati tra Comuni, enti competenti, mondo agricolo e istituzioni regionali.

Servono azioni programmate, capaci di contenere la popolazione dei cinghiali nel rispetto dell’equilibrio ambientale, ma anche di tutelare il lavoro degli agricoltori e la sicurezza dei cittadini.

La Valle dell’Alcantara, area di grande pregio naturalistico e agricolo, non può permettersi di subire passivamente un fenomeno che rischia di trasformarsi in un’emergenza permanente se non sarà governato con competenza, continuità e responsabilità.

«Il problema non può essere affrontato con semplici abbattimenti occasionali o senza criterio – afferma Scuderi – : serve un processo di gestione coordinato dall’ente pubblico, capace di valutare distribuzione, consistenza numerica, danni e risultati degli interventi.

Perché gli abbattimenti parziali possono peggiorare la situazione

I cinghiali vivono in gruppi retti dalle matriarche – spiega il tecnico. Se la caccia elimina l’intero gruppo può essere efficace; se invece lo smembra uccidendo solo alcuni soggetti, il problema può amplificarsi. In assenza delle matriarche, più femmine possono andare in estro e riprodursi alla prima occasione.

Di conseguenza, un intervento incompleto che disgrega il gruppo può trasformare pochi riproduttori in molti soggetti fertili, anche 10 o 15. La natura tende poi a ricomporre i branchi, ma questi si dividono in nuclei più piccoli e, nel giro di sei mesi o un anno, possono tornare numerosi.

La struttura sociale è basata soprattutto sulle madri: i maschi adulti sono presenti solo in alcuni periodi, mentre le femmine reggono l’organizzazione del gruppo. Se prima poteva esistere un solo gruppo, dopo interventi non corretti possono formarsene tre, quattro o cinque. Inoltre, mentre un tempo le nascite seguivano un ciclo più definito, oggi si osservano piccoli appena nati in diversi periodi dell’anno.

Origine e caratteristiche degli animali presenti 

Non si può parlare di cinghiale puro: in molte aree sono presenti gruppi misti, una via di mezzo tra cinghiale e maiale, spesso definiti porcastri.

Il maiale – continua Scuderi – è la variante domestica del cinghiale e appartiene alla stessa specie. Può quindi incrociarsi con il cinghiale e dare origine a individui con caratteristiche intermedie, fertili e in grado di generare ulteriori discendenze.

Questi animali mantengono caratteristiche morfologiche diverse, dovute all’adattamento alla vita in natura, ma non sono ibridi nel senso stretto del termine: a differenza dell’incrocio tra cavallo e asino, che produce un mulo sterile, l’incrocio tra cinghiale e maiale produce individui fertili.

Cattura e allevamento abusivo dei piccoli 

Un ulteriore fenomeno da tenere sotto controllo – sottolinea l’esperto – riguarda i piccoli rimasti senza madre dopo le braccate (la caccia al cinghiale, ndr). Talvolta, quando viene abbattuta una scrofa con i piccoli, questi vengono catturati e allevati in modo più o meno legale, probabilmente abusivo. Può accadere che alcuni animali fuggano o vengano persi, spostandosi poi da un luogo all’altro e contribuendo alla diffusione del problema.

Distribuzione, monitoraggio e ruolo dell’ente pubblico

Prima di avviare gli abbattimenti sarebbe necessario conoscere almeno la distribuzione degli animali, dato più semplice da ottenere rispetto alla consistenza numerica. Senza questi elementi non è possibile valutare se l’azione intrapresa sia utile o meno. Se l’unico dato disponibile è il numero di capi abbattuti, peraltro non sempre comunicato integralmente, si rischia di agire senza un criterio reale.

In Sicilia operano già squadre di selecontrollori, anche in aree protette, ma l’intervento deve essere coordinato in modo serio. Un semplice abbattimento di pochi individui o di qualche decina di capi non risolve il problema e può persino aumentarlo. Le aree di maggiore concentrazione sembrano essere i complessi boschivi, le zone montane della parte alta, la riserva di Malabotta e i demani forestali.

Negli ultimi tempi, però, cinghiali e maiali sono stati osservati anche vicino ai centri abitati, lungo l’Alcantara, nelle aree agricole e nelle periferie dei paesi, con possibili rischi anche per la circolazione stradale.

Rischi per le persone e comportamento degli animali

Se inseguiti, braccati o se percepiscono un pericolo, i cinghiali possono reagire. I verri possono diventare pericolosi quando vengono inseguiti; le scrofe possono reagire in modo aggressivo quando hanno i piccoli, soprattutto se una persona o un cane si avvicina o afferra uno dei piccoli.

Evoluzione del problema a Moio Alcantara e danni agricoli

Due anni fa il problema a Moio Alcantara quasi non esisteva, salvo alcune segnalazioni isolate. Lo scorso anno è stata registrata la presenza di qualche esemplare; successivamente, dopo la comparsa di un gruppo di animali forse scappati dalla cattività o comunque di origine selvatica, sono iniziati i problemi più evidenti. Durante l’inverno, la primavera e soprattutto l’estate sono cominciati i danni alle coltivazioni.

Moio Alcantara produce soprattutto ortive in irriguo. I cinghiali cercano umidità: anche quando non mangiano direttamente un ortaggio, come nel caso del pomodoro, scavano alla base delle piante per cercare acqua, fango, lombrichi, bulbi o radici, distruggendo le coltivazioni. Si cibano di erbe, radici, tuberi, invertebrati, molluschi e lombrichi; in alcuni casi possono nutrirsi anche di carcasse o animali feriti, pur non essendo predatori.

Effetti sulle colture, sui terrazzamenti e sull’economia agricola

Quando trovano una fonte di umidità, i cinghiali scavano anche alla base degli ulivi o in terreni irrigati, creando danni importanti. Un altro problema riguarda i terrazzamenti con muri a secco: alla base dei muri il terreno è spesso più umido e, scavando, gli animali possono comprometterne la stabilità fino a farli crollare.
Questi danni incidono su un’agricoltura già fragile. Nelle aree interne della Valle dell’Alcantara l’agricoltura è ormai quasi eroica: se ai bassi redditi si aggiungono danneggiamenti continui, il rischio è l’abbandono di molte superfici coltivate.

Responsabilità della Regione e limiti degli interventi attuali

Il problema non dovrebbe essere sottovalutato né affidato a interventi non coordinati. La Regione dovrebbe avvalersi dei cacciatori e dei selecontrollori, ma all’interno di una strategia seria e continuativa. Se gli abbattimenti proseguono ma i danni continuano, significa che nella catena di gestione esiste un anello che non funziona.

Possibili alternative agli abbattimenti

Oltre agli abbattimenti esistono altre ipotesi – conclude Scuderi – ma presentano limiti importanti. La delocalizzazione è poco praticabile, perché il problema è regionale e non è chiaro dove gli animali potrebbero essere trasferiti senza riprodurre lo stesso problema altrove. La somministrazione di contraccettivi può ridurre la fertilità, ma non riduce immediatamente la presenza degli animali né i danni già in corso. Non si può pretendere di eradicare del tutto il problema, ma occorre affrontarlo in modo serio.

Nel Mediterraneo, ormai, non esiste più il cinghiale mediterraneo originario: era un animale di piccole dimensioni, circa 20-30 kg, che viveva nella macchia mediterranea ed era molto schivo.

Oggi, invece, sono presenti soprattutto cinghiali di provenienza centro-nordeuropea, che raggiungono dimensioni molto maggiori: in alcuni casi arrivano a 180-200 kg, o addirittura li superano, mentre il peso medio si aggira intorno agli 80-90 kg.

Un animale di simili dimensioni, se entra in un campo di pomodori o in un frutteto, può causare danni enormi: in una sola notte si rischia di perdere il lavoro di sei mesi, se non di un intero anno».

Luigi Lo Presti

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