Ad Acireale un virtuoso dell’organo a canne: Angelo Maria Trovato

Nostra intervista al quarantenne musicista etneo, che alla professione di geometra ha preferito l’arte delle sette note, cui si è accostato suonando il clarinetto in una banda. Vincitore di prestigiosi concorsi nazionali, ha all’attivo una cinquantina di concerti e numerose composizioni

Tra i tanti strumenti musicali ce n’è uno particolarmente complesso ed impegnativo in quanto per suonarlo occorre impiegare contemporaneamente tutti e quattro gli arti, ossia le due mani ed i due piedi: è l’organo a canne, che in Sicilia ha uno dei suoi migliori esecutori e compositori a livello nazionale nel maestro Angelo Maria Trovato, nato nel 1977 e residente ad Acireale.

Nella sua giovane carriera artistica Trovato può già vantare oltre cinquanta concerti e numerose composizioni musicali che gli hanno meritato importanti riconoscimenti in prestigiosi concorsi nazionali.

Pur avendo a suo tempo conseguito il “normale” diploma di Geometra, non ha saputo resistere al richiamo delle sette note che, come è accaduto a tanti altri affermati musicisti professionisti, ha iniziato a frequentare in un’“umile” banda di paese.

Abbiamo voluto incontrare il maestro Angelo Maria Trovato per saperne di più sulle sue esperienze professionali e fare con lui qualche riflessione sull’affascinante arte di Euterpe.

– Maestro Trovato, com’è che dal diploma di geometra è approdato ad un’intensa ed esaltante carriera musicale?

«E’ iniziato tutto per gioco nel 1990 grazie ad un amico che mi invitò ad entrare a far parte di una banda musicale. Scelsi uno strumento che allora non sapevo nemmeno come si chiamasse. Mi dissero che si trattava del clarinetto. Qualche anno dopo, sempre quasi per gioco, mi iscrissi ad un corso per organista liturgico. Fu lì che rimasi letteralmente folgorato dal suono dell’organo a canne, al punto che decisi di studiare seriamente questo strumento al Conservatorio, dove nel 2006 mi sono diplomato in “Organo e composizione organistica” sotto la guida del Prof. Daniele Boccaccio, dell’Istituto Musicale “Vincenzo Bellini” di Catania».

– In una società che tende all’effimero, c’è ancora spazio per la musica cosiddetta “classica”?

«Intanto, se vogliamo esser precisi, il termine “classico” va riferito ad un ben definito periodo artistico di fine Settecento, che annoverava compositori quali Haydn e Mozart, anche se nel linguaggio corrente viene applicato pure al periodo che stiamo vivendo. Certamente le composizioni classiche contemporanee risultano spesso di difficile ascolto perché usano linguaggi ben lontani da quelli usuali, che io definisco “omogeneizzati” in quanto… facilmente digeribili. Per quanto concerne il mio settore, ossia l’ambito organistico, devo dire che è vivo, sia dal punto di vista concertistico (anche se bisogna fare i conti con le ristrettezze economiche del momento) e sia sotto l’aspetto compositivo. A tal proposito vorrei approfittarne per sfatare il luogo comune secondo cui con l’organo si esegue solo musica da chiesa: nulla di più falso, perché per questo strumento, che esiste da più di duemila anni, è stato scritto un repertorio sconfinato sia di musica sacra che profana, tra cui anche danze».

– Quali sono gli spunti ed i temi ispiratori delle sue composizioni?

«Se devo scrivere musica “a programma”, ossia musica che descrive qualcosa, l’ispirazione è data dal tema (che può essere una storia, un luogo, un personaggio, ecc.). Nella musica “assoluta”, invece, l’ispirazione mi viene semplicemente dalla fantasia che è dentro me. Per il resto, credo che la cosiddetta “ispirazione” non esista (trattasi di un’invenzione romantica ottocentesca). Solitamente ci si siede, un tempo con carta e penna ed adesso al computer, e si cerca la concentrazione adatta alla scrittura. Purtroppo la frenesia della vita contemporanea (tra incombenze familiari, preparazione dei concerti ed impegni personali vari) non permette alla maggior parte dei musicisti di scrivere metodicamente, dedicando un “tot” numero di ore giornaliere alla composizione. Ad ogni buon conto, io porto sempre con me un piccolo taccuino con fogli pentagrammati qualora un tema o un’idea dovesse improvvisamente balenarmi in mente. Posso dire che i momenti ed i posti più particolari in cui ho composto musica sono stati durante un viaggio su di un treno regionale ed in spiaggia sotto il sole».

– Qual è la sua composizione cui è più legato e che le ha dato maggiori soddisfazioni, magari perché è entrata a far parte del repertorio di altri musicisti o ensemble?

«Ce ne sono diverse, a cominciare dal brano per coro “Spruzzi e Sprazzi”, che ho scritto per divertimento e che nel 2014 mi ha fatto vincere il Trofeo Internazionale di Composizione “Seghizzi”, dandomi la possibilità di far parte della giura dello stesso l’anno successivo. Il coro delle Filippine, che l’ha eseguita, ha inserito questa mia composizione nel proprio repertorio. E poi il paso doble intitolato “Tizy”, dedicato a mia moglie, eseguito da diversi corpi bandistici. Vado inoltre fiero del brano corale “Pace”, eseguito anche in Giappone».

– Quali sono i premi ed i riconoscimenti che l’hanno maggiormente gratificato?

«Sono due. Innanzi tutto quello della Comunità Evangelica Luterana di Napoli del 2005 perché è stato il primo in assoluto a cui ho partecipato e che ho vinto. L’altro, cui prima accennavo, è il Trofeo Internazionale di Composizione “Seghizzi” del 2014 perché trattasi di un concorso internazionale che è anche un’ottima vetrina per il nostro settore. Piccolo, ma non trascurabile, particolare: ritirai il Trofeo “Seghizzi” nel 2015 durante il mio viaggio di nozze…».

– Cosa ne pensa dei generi musicali più moderni e, magari, più “leggeri”, come il pop, il rock ed il jazz?

«Il jazz è indubbiamente il mio genere preferito dopo la musica classica. Lo suonavo (ed anche ora mi piace di tanto in tanto strimpellarne quattro note al piano) ed ho pure scritto diversi brani per tale significativa forma espressiva musicale. Riguardo al pop ed al rock mi capita di ascoltarli, come credo faccia ognuno di noi sotto il “bombardamento” dei mass media, anche se non li seguo in maniera particolare».

– Lei scrive partiture per svariati strumenti (organo, clarinetto e gli altri fiati utilizzati nelle bande musicali e nelle orchestre sinfoniche). Qual è lo strumento più impegnativo a livello di composizione?

«Ogni strumento ha di per sé le sue difficoltà intrinseche, dovute per lo più alla sua conformazione materiale. E come lei bene accennava nell’introduzione a questa intervista, l’organo è senz’altro tra gli strumenti più difficili sia da suonare e sia a livello compositivo perché sono svariati i suoi elementi da coordinare, mentre si hanno “in dotazione” solamente due mani e due piedi. Difatti a volte mi imbatto in partiture per organo scritte da “non organisti” dove ci sono passaggi materialmente impossibili da suonare proprio perché abbiamo a disposizione solamente quattro arti. L’organo ha più tastiere (quello più grande del mondo, in America, ne ha ben sette), una pedaliera (che sostanzialmente è un’altra tastiera ma che si suona con i piedi), i registri (paragonabili ai diversi strumenti dell’orchestra), vari accessori (unioni, tremoli, ecc.), staffe (espressione e crescendo), pedaletti, pistoncini, tiratutti, ecc., ma l’organista è… uno solo!».

– Scorrendo il suo fitto curriculum, apprendiamo anche di una menzione speciale a lei attribuita nel 2005 ad un concorso nazionale di narrativa per un racconto di cui è autore. Oltre che nella musica si cimenta dunque pure nella letteratura?

«Sì: mi piace scrivere racconti e poesie. Nel 2009 una casa editrice mi ha pubblicato un libro di racconti horror, e tempo fa ne ho autoprodotto uno di racconti sul mare. Il terzo è ancora in fase di scrittura. Mi hanno inoltre pubblicato un fascicoletto di poesie ed i miei versi sono presenti in diverse antologie».

– Sulla musica esistono tanti aforismi. Ce n’è qualcuno in particolare in cui lei si identifica?

«Mi piace citare un’affermazione di Carl Philip Emanuel Bach (secondogenito di Johann Sebastian): “Un musicista non può commuovere gli altri se non è egli stesso commosso, perché è dall’anima che bisogna suonare”».

Rodolfo Amodeo

 

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