Acireale, il mondo raccontato per sguardi

I viaggi come simbologia della vita dell’umanità nella mostra di Gionata Xerra

La galleria del Credito Siciliano di Acireale, una volta storica sede della Banca Popolare Santa Venera (della quale sono ancora visibili i segni con un grande bassorilievo della Sicilia in bronzo posto davanti alla scalinata), nel cuore del salotto buono della città, in piazza Duomo, ospita la mostra di Gionata Xerra “Travellers. Esperienze, racconti, immagini, sguardi”. La città di Acireale appare vestita a festa e piena di luci per la ricorrenza del carnevale estivo e proprio davanti alla galleria si trovava fermo, in bella mostra, il carro allegorico della (banca) panca e della capra, a rappresentare l’amara esperienza di quanti, oggi, sono in difficoltà per via dei vincoli europei sulla concessione dei crediti. Inaugurata il 29 luglio scorso, la mostra, curata da Lucia Miodini, rimarrà aperta sino all’11 ottobre prossimo e si svolge nel decennale di attività (decennale inaugurato, il 23 luglio del 2004, con la mostra “Takis e Acireale”).

Da un nome, Gionata, legato al mondo ebraico, il passo è breve per trovare altri riferimenti nelle opere di Xerra, collaboratore di numerose riviste di architettura d’interni e di design, nonché operatore nel settore moda, con particolare cura pure per il settore della fotografia per la quale ha pubblicato diversi volumi. Il numero dodici, nel simbolismo biblico, rappresenta la totalità perfetta, come le 12 tribù di Israele e i 12 apostoli; è anche simbolo d’abbondanza, come le 12 ceste di pane avanzate dopo il miracolo della moltiplicazione (Marco, 6 – 43).

La mostra è suddivisa in due settori legati l’un l’altro: la valigia come simbolo. Ci sono, infatti, ben 35 metri di spazio, occupati da un susseguirsi di valigie di vario formato, colore, da quella più piccola a quella media (manca soltanto quella enorme che usavano i nostri emigranti quando partivano con il treno per il nord Italia o verso l’Europa continentale e che conteneva di tutto e dall’immancabile spago che ne garantiva la chiusura). 12 di queste valigie hanno un foro al centro dal quale il visitatore riesce a vedere altrettanti firmati di durata variabile da 23 secondi ai 2 minuti e 15 secondi con temi legati sempre al viaggio nei vari aspetti e con caratteristiche varie, con l’ultimo che diventa una “sorta di scatola magica” dove lo spettatore assume “il ruolo di attore, costretto così a una intima riflessione sul proprio viaggio ereditato, realizzato o possibile”.

La valigia come simbolo, si diceva, unione fra un passato, fatto forse di amarezze, delusioni, inganni, fame, disperazione, mancanza di lavoro, sfruttamento, ed un futuro, magari in terre lontane, ma da costruire in modo migliore, con prospettive diverse per sé, la propria famiglia ed i propri figli. Il numero 12 si ripete anche qui: si tratta di pannelli retro illuminati con figure che sporgono la testa ed il torso nudo. Si tratta di figure di uomini, donne, ma anche bambini come Yvonne, che da piccolo ha vissuto sulla propria carne il dramma della guerra civile in Rwanda. Nessuno di essi guarda mai gli occhi dello spettatore, ma in un’altra direzione; qualcuno ha la guancia rigata di lacrime. Una sola presenta due gemelle: Sandra e Mara, siriane nate in Italia. Qualche valigia è rattoppata e rinforzata nelle cerniere posteriori; qualcuna di esse è finemente lavorata e ben rifinita nei particolari; qualcuna presenta tracce di vita vissuta come aloni di umidità o con indicazione di indirizzi ed anche numeri civici del proprietario o di quello precedente.

Una mostra che merita di essere visitata perché pone degli interrogativi, anche inquietanti, anche sulla emigrazione non solo di uomini, donne e bambini, ma anche su interi popoli.

Domenico Pirracchio