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Aziende confiscate alla mafia: da “Cosa nostra” a “Cosa loro”?

Aziende confiscate alla mafia: da “Cosa nostra” a “Cosa loro”?

In Italia sono circa 90mila i beni finiti (dal 1997) nel mirino della magistratura perché attribuiti alla criminalità organizzata, tra immobili, aziende, beni mobili e attività finanziarie. Di questi, circa 60mila sono stati confiscati, anche se per più della metà si tratta di confische non ancora definitive.

Nel solo quinquennio 2011-2015, come si evince dalla relazione semestrale sui beni confiscati, aggiornata al marzo 2016,sono stati registrati 82.072 beni: i beni confiscati sono 52.010, di cui 38.514 passati definitivamente dalle mani dei boss al patrimonio dello Stato.

Quasi il 50% dei beni sottratti ai clan mafiosi si trova in Sicilia, e la maggioranza di questi beni si trovano a Palermo, a Catania e a Trapani. Molti di questi beni sono ancora inutilizzati o abbandonati a se stessi.

Su 8.861 beni confiscati in Sicilia (Relazione DIA, dicembre 2015), solo poco più di 2 mila sono stati destinati e assegnati. E i beni aziendali, quelli rimasti attivi anche dopo la confisca, rischiano di chiudere, massacrando lavoratrici e lavoratori.

Cosa sono i beni confiscati alla mafia? Beni mobili: denaro contante e assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili non facenti parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati; Beni immobili: appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Lo Stato può decidere di utilizzarli per “finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile” come recita la normativa, ovvero trasferirli al patrimonio del Comune nel quale insistono. L’ente locale potrà poi amministrarli direttamente o assegnarli a titolo gratuito ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato; Beni aziendali: fonti principali di riciclaggio del denaro proveniente da affari illeciti. I sequestri e le confische coprono una vasta gamma di settori di investimento: industrie attive nel settore edilizio; aziende agroalimentari; ristoranti e pizzerie; interi centri commerciali; discoteche; strutture turistiche; alberghi; banche…

Dei beni aziendali, il 90% chiude. Lavoratrici e lavoratori ko! E’ sulle aziende confiscate, che i risultati sono devastanti, con il 90% di dette imprese confiscate ha già cessato attività.

Ovviamente, le vittime principali di questo “fallimento” sono le lavoratrici e i lavoratori, costretti a fare i conti prima con le tante tipologie di boicottaggio intraprese dai vecchi proprietari, durante la fase del sequestro. Poi, con la confisca provvisoria, quando entrano in scena le lungaggini della macchina burocratica della giustizia. Con la confisca definitiva, all’interno di una serie di rimpalli di competenze fra i vari soggetti istituzionali interessati, rimpalli pilateschi che possono durare anni e anni, le lavoratrici e i lavoratori vedono morire le aziende, rese ormai strutture con impianti obsoleti e, spesso, non più a norma con le leggi vigenti.

Questa situazione, genera un grave metodo di valutazione, quello che porta molti dipendenti o ex dipendendi a rimpiangere i proprietari mafiosi: “Lo stipendio a fine mese lo garantivano”, oppure, “Con la mafia si lavorava, con lo Stato no”.

Ci sono lavoratrici e lavoratori che provano a costituire una cooperativa “per rilevare l’attività d’impresa”, e spesso impegnano il proprio Tfr. Ma, l’apparato burocratico dello stato si rivela una sorta di nemico, e, alla fine, la cooperativa non decolla, perchè nel frattempo è già avvenuta la liquidazione, da parte dello Stato, della società confiscata, che i lavoratori volevano rilevare.

Ma, succede, anche, che parte di aziende confiscate alla mafia, ritornino ai soci non ritenuti collusi con i clan, ma che operavano con i soci arrestati e condannati per partecipazione alla mafia o per partecipazione esterna.

Gran parte delle aziende confiscate alla mafia sono state fatte nascere non per massimizzare profitto, ma per riciclare denaro e avere il controllo sul territorio. Molte di queste aziende rimanevano sul mercato perchè utilizzavano mezzi illegali come la corruzione negli appalti, le intimidazioni “militari” ai danni della concorrenza, l’impiego di lavoratori in nero e l’utilizzo di materiali o sostanze di scarsa qualità.

E si trattava, quasi sempre, di piccole aziende attive in settori a forte concorrenza, come le costruzioni, il commercio al dettaglio, ristoranti e bar. Aziende, piccole e grandi, godevano, tutte, un buon rapporto con tutte le banche. Con la confisca da parte dello Stato, le banche hanno rotto il rapporto con queste aziende.

Dall’analisi di “Transcrime” si nota, che la competitività di queste aziende peggiora proprio negli anni precedenti il sequestro: la sensazione è che l’imprenditore mafioso “annusi” l’imminente intervento dello Stato e cerchi di disinvestire il prima possibile. Non è un caso che, in media, le imprese mafiose abbiano molto più circolante rispetto a quelle legali, non solo per il loro uso strumentale e non produttivo, ma anche per velocizzarne la liquidazione.

Lo stesso fanno le banche, riducendo i prestiti, prima del sequestro, come emerge dal paper “Aziende sequestrate alla criminalità organizzata”: “le relazioni con il sistema bancario”, realizzato dalla Banca d’Italia: “Gli istituti di credito, venuti a conoscenza dell’avvio di procedimenti penali o di prevenzione, procedano già prima del provvedimento giudiziario – e proprio in vista dello stesso – a ridurre cautelativamente le proprie esposizioni.

Infatti gli intermediari possono venire a conoscenza dell’esistenza di procedimenti giudiziari in quanto destinatari – nell’ambito della cosiddetta “collaborazione passiva” – di richieste di accertamento penale disposte dalla magistratura inquirente per ricostruire la posizione bancaria degli inquisiti. Oppure sulla base di informazioni diffuse dagli organi di stampa. Un’altra ipotesi verosimile, ma non verificabile, è che la proprietà criminale abbandoni o “svuoti” le imprese oggetto di interesse da parte degli organi inquirenti. Al momento del sequestro l’azienda – sia pure con le storture operative derivanti dall’infiltrazione mafiosa – è spesso una realtà ancora vitale.

In quel momento la rotta potrebbe forse ancora essere invertita, o perlomeno potrebbe essere assorbito il contraccolpo del provvedimento giudiziario. Ma dopo l’avvio dell’amministrazione giudiziaria, queste aziende si trovano a fare i conti con una serie di ostacoli (burocratici, legali, tecnici, economici, sociali) che complicano l’amministrazione ordinaria. Spesso le imprese sottratte alle mafie devono confrontarsi con il boicottaggio da parte di clienti, fornitori e popolazione, nonché con problemi di gestione e regolarizzazione del personale (spesso in sovranumero e in nero)”.

In queste condizioni, per le aziende confiscate alla mafia, rimanere sul mercato in maniera competitiva diventa quasi impossibile. Secondo le rilevazioni del Cerved, tra il 2009 e il 2012, i finanziamenti assegnati alle imprese sequestrate o confiscate sono diminuiti mediamente del 5,4% annuo, mentre quelli concessi all’insieme di imprese operanti negli stessi settori e nelle stesse aree geografiche sono cresciuti dell’1,6%. Insomma, l’azienda mafiosa era florida e rimaneva sul mercato perché era una diretta promanazione dell’organizzazione criminale, perché riciclava danaro proveniente da traffici illeciti e non scontava, praticamente, i costi della legalità.

In pratica, operava in un mercato drogato, non concorrenziale. Dopo aver a lungo operato come monopolista, in seguito al sequestro o alla confisca si trovava a fare i conti con un mercato concorrenziale, senza averne gli strumenti. Ciò ha contribuito nell’impedire, a molte di queste aziende, di rimanere competitive e proseguire l’attività. Basti pensare che, relativamente alle aziende confiscate in via definitiva, pochissime risultano attive con dipendenti e soltanto pochissime sono state riassegnate alle cooperative di dipendenti o assegnati a cooperativi sociali.

Prima del 2010, i beni confiscati alla mafia venivano gestiti dall’Agenzia del demanio e dalla Prefettura. Dal 2010, è l’“Agenzia Nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”, che dipende dal Ministero dell’Interno, che gestisce tali beni.

Nelle aziende confiscate, l’Agenzia opera attraverso dei CdA, i quali dovrebbero “muoversi” attraverso dei Piani industriali aziendali. Purtroppo, in tante aziende confiscate, tale “Piano” non è mai stato presentato, in ogni caso è sconosciuto alle lavoratrici e ai lavoratori, che sono costretti a lavorare senza sapere nulla sul loro presente, figuriamoci sul loro futuro.

Non è difficile capire, che la gestione privatistica di queste aziende confiscate colpisce principalmente le lavoratrici e i lavoratori, ma anche il diritto della comunità tutta di sapere come vengono gestiti i beni confiscati ai boss mafiosi. I Piani industriali aziendali, i bilanci, il personale assunto o licenziato, la tipologia dei contratti delle “maestranze”, i contratti dello stesso personale che fa parte del CdA, i vari contratti stipulati dal CdA con terzi dovrebbero essere resi pubblici, nella massima trasparenza.

Non è difficile capire, che tutto ciò non è mai avvenuto. Non è difficile capire, che i sindacati gialli e i vari cespugli “autonomi”, anche in questa tipologia di aziende, svolgono un ruolo collaborazionista nei confronti dei “padroni” venuti a gestire i beni confiscati a “Cosa Nostra”, che rischiano di diventare “Cosa loro”.

Orazio Vasta

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